Ilva

Il rinnovamento avverrà quando qualcuno avrà finalmente il coraggio di dire che in politica non tutto è possibile 

Andrea Camilleri 

 

Nelle prossime settimane, ogni domenica e con cadenza settimanale,  pubblicheremo vari articoli  sulla storia di Taranto e sulla storia del polo siderurgico. Pubblicazioni che da settembre in poi avranno  cadenza quindicinale. Un rallentamento necessario per seguire analoghi progetti sulla centrale Enel di Brindisi e la Ferriera di Trieste, e che durerà solo qualche mese, prima di riprendere le regolari pubblicazioni.

Il racconto degli eventi riguardanti l’Ilva  è purtroppo limitato, da un punto di vista storico,  al 2012, anno in cui esplode, in tutta la sua portata mediatica, l’ inchiesta  giudiziaria “Ambiente Svenduto” a carico della famiglia Riva. Il processo attualmente in corso, e che vede come imputati gli ex proprietari e gli ex amministratori dell’acciaieria, assieme a numerosi  politici locali e nazionali,  non ci permette  di accedere a documenti fondamentali per la ricostruzione  degli ultimi anni del siderurgico. Eventi giudiziari che solo apparentemente hanno segnato un cambiamento di passo nella storia della città.  Ciò nonostante, Taranto è un punto di osservazione ideale per la comprensione dei fenomeni politici e criminali che hanno attraversato  la storia d’Italia negli ultimi cinquant’anni.

Abbiamo pertanto deciso di sopperire alla mancanza di documentazione storica, per il periodo che va dal 2012 al 2019,  con la stesura di  brevi  “racconti” che tratteggino le condizioni di una città, al limite del collasso, a causa dei decennali problemi ambientali. Problemi che non si limitano solo al grado di inquinamento della città, devastata dalla presenza di un polo siderurgico, ma che si estendono anche alle gravi carenze di sicurezza all’interno dell’azienda, testimoniate da numerosi operai e da i numerosi incidenti. E il cambio di gestione non ha purtroppo mutato le condizioni di lavoro all’interno di una fabbrica che, dagli stessi operai, è definita un “catorcio da sfruttare”, ma  di cui si teme la chiusura definitiva, nonostante l’oggettiva e dichiarata pericolosità. Per molti di questi operai la perdita della salute rappresenta un male minore a fronte della  perdita del lavoro.

Credere che quanto accada quotidianamente nella città di  Taranto sia un problema relegato al Mezzogiorno, e responsabilità diretta di popolazioni indolenti e passive innanzi a una industria altamente inquinante, è una lettura superficiale e limitata  degli eventi e della storia dello  stesso Mezzogiorno. La nascita dello stabilimento nell’area ionica è stata imposta dalla politica, e accettata  come unica e immediata  soluzione ai problemi occupazionali di una intera area. Problemi occupazionali creati da scelte politiche miopi  e antecedenti la nascita della stessa acciaieria.

Fortemente avvallato dalle istituzioni,  il siderurgico fu, per anni, avversato solo da  alcuni medici che, sin dagli anni  ’60,  ne intuirono  la pericolosità a lungo termine.

Drammatiche  le parole  di Alessandro Leccese, Ufficiale Sanitario che, dal ’64 al ’67, produsse  un cospicuo numero di relazioni sui possibili effetti delle emissioni. ” Mi hanno lasciato solo a battermi per la difesa di Taranto dall’inquinamento determinato massivamente dagli scarichi a mare delle acque di lavorazione del centro Siderurgico, entrato in funzione di recente. Nonostante le sollecitazioni fatte, dal Ministero della Sanità al Prefetto, al Medico Provinciale, al Sindaco, per fronteggiare la grave situazione venutasi a creare, nessuno di loro si è mosso, nel timore di urtare la suscettibilità di alcuni politici locali interessati al problema”, annoterà nei suoi diari.

Relazioni, quelle di Alessandro Leccese,  che  avrebbero potuto se non prevenire, quanto meno limitare i gravi danni ambientali e sanitari subiti dalla città,  nel più vergognoso e omertoso silenzio delle istituzioni.

La costruzione di un polo siderurgico, a ridosso di un quartiere già popolato, fu una  scelta politicamente comprensibile, se si accettano  le logiche del profitto.  Eticamente discutibile, se si scorrono le righe di quelle relazioni che già dal ’64, anno in cui lo stabilimento Italsider entrava in produzione, ne denunciano la pericolosità.

Una scelta politica, imposta senza alcun pudore, e che ha mostrato,  nel corso dei decenni,  tutta la sua palese debolezza, trascinando una intera città in una situazione umanamente insostenibile. Oggi Taranto è costretta, suo malgrado,  a interrogarsi sulla scelta tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, nella assurda  convinzione che l’uno possa e debba escludere l’altro.

Numerosi i  bambini affetti da patologie oncologiche, e ricoverati in ospedali di tutta Italia, vittime, tra l’indifferenza generale, di scelte politiche volutamente miopi. E la penuria di strutture ospedaliere rende ancora più complesso il percorso di cura, o il fine vita, di quanti subiscono gli effetti di una azienda che si vuole, oggi,  “ambientalizzare”.  Un termine, “ambientalizzazione” , che significa tutto e nulla. Finanche nel totale rispetto di tutte le normative ambientali, l’industria siderurgica mieterebbe vittime per i prossimi vent’anni.

Della città di Taranto si parla solo in concomitanza di eventi luttuosi, fatti di cronaca che esplodono per l’atavica mancanza di sicurezza all’interno del siderurgico,  o per gli inquietanti dati che stimano l’incidenza di patologie oncologiche nell’area ionica.  Una iper produzione di articoli che spesso si limita al racconto dell’evento,  per poi lasciar cadere la città  in un pesante  e doloroso oblio.

Al di là dei fatti di cronaca,  manifestazione estrema di problemi ormai cronici,   Taranto è una città che quotidianamente muore a causa dell’indifferenza di un intero Paese. Un Paese incapace di assumersi responsabilità politiche a lungo termine.  Un Paese che “tira a campare”, sacrificando  intere comunità alla Ragion di Stato.  Un Paese  che tenta di criminalizzare, di volta in volta,  operai o popolazione, a seconda delle posizioni politiche assunte dal Governo in carica, giocando con le spaccature di una città che stenta, ancora oggi,  a trovare non solo un percorso sociale e politico condiviso, ma anche una propria identità. Identità perennemente violata.

Perché dunque raccontare,  in un inutile esercizio di stile, e nella piena consapevolezza che tutto resterà uguale?  E’ il nostro omaggio a quanti sono inutilmente morti, operai e cittadini in egual misura,  in una “guerra civile” priva di senso.  In nome di un profitto mascherato, di volta in volta, da Ragion di Stato, da Buona Politica o da Sacri Intenti.

Ovviamente questa “ricerca”  parziale, limitata, e tradotta in uno stile “narrativo”,  è solo un punto di partenza. Maneggiare fondi archivistici di notevole consistenza, e spesso depositati in varie regioni italiane, o di difficile consultazione, grazie anche  a norme anti costituzionali che favoriscono un comodo, omertoso e decennale silenzio, richiede grande dispendio di tempo ed energie. Ci riserviamo pertanto di aggiornare gli articoli   pubblicati innanzi al ritrovamento di  nuovi documenti  o di semplici testimonianze  che possano gettare  luce su quanto realmente accaduto in un passato ancor troppo ingombrante e ancor troppo  presente.

 

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