Tamburi

 

 

Ore 12. Via Deledda, Taranto. Quartiere Tamburi. Delle fiamme si innalzano, violente,  da un campo  ricoperto di sterpaglie e rifiuti. Diversi i punti di innesco, vista l’improvvisa violenza del fuoco che lo avvolge in pochi minuti.

Sino all’ottobre del 2006, anno del dissesto del Comune di Taranto, quello spiazzo era una pista d’atletica leggera e un campo di calcio. Un polo sportivo di eccellenza  sapientemente depredato nel corso degli anni,  e oggi ridotto a discarica abusiva. Di quel campo rimangono solo due reti divelte, su una spianata di cemento,  impreziosita da  luccicanti  schegge di bottiglie infrante, e una pista da corsa sepolta dalle sterpaglie. Sullo sfondo palazzi popolari e i binari di una ferrovia su cui , improvviso, sfreccia un treno.

 

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Un nugolo di ragazzini in bicicletta pedala verso le fiamme. Il gioco consiste nel mostrare sufficiente coraggio nell’affrontare il pericolo,  avvicinandosi il più possibile all’incendio da cui si innalza una nuvola di fumo rancido. Si danno forza a vicenda, tra urla e strepiti, sfidandosi.

Difficile  allontanarli dal campo in fiamme.  Quello spettacolo di sterpaglie e immondizia che brucia ha, su di loro,  un effetto  ipnotico. E i loro occhi seguono la danza che tutto  annienta. Nelle stesse ore, sui tavoli istituzionali,  si decidono le sorti delle scuole che sorgono a pochi metri dall’incendio e dagli impianti Ilva.  

“Sarà stato qualche genitore che avrà perso la testa”. Lapidario e imbarazzato il commento, all’interno di un bar,  da parte di alcuni avventori.   A loro dire, un atto intimidatorio rivolto alle istituzioni assenti da decenni.  Un probabile  modo, quell’incendio,  per imporre la messa in sicurezza delle strutture scolastiche, chiuse da mesi, e  a ridosso dei parchi minerali.   

Ilva, criminalità organizzata, tumori, sono le tre parole con cui si declina, superficialmente,  il rione Tamburi: una  striscia, stretta tra mare e impianti,  di palazzi tinteggiati dal minerale,  e sulle cui pareti campeggiano  “ironiche” scritte a memoria del silente olocausto ancora oggi in corso. 

L’Ilva, la grande opportunità,  ha nutrito la prima generazione. La criminalità ha nutrito  la seconda, infiltrandosi, nei periodi di maggiore crisi,  all’interno dell’azienda.  Le neoplasie nutrono  la terza. L’ultima generazione che vedo pedalare gioiosa  verso il fuoco, e forse verso un destino già segnato da scelte politiche  incomprensibili.  Li  incrocio nuovamente  dopo un paio di ore.  Percorrono la strada che costeggia il mare  e urlano : ” Ciao… Sono arrivati  poi i pompieri?” Non ho neppure il tempo di rispondere.  Il fuoco del mattino è  per loro  solo un lontano ricordo. 

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