Il Vaticano e La Grande Truffa

A M.G. , professore di filosofia

“Tutto il golfo di Taranto è per lo più importuoso, ma nelle vicinanze della città vi è un porto molto grande e molto bello, che è chiuso da un grande ponte ed ha un perimetro di cento stadi. Dalla parte più interna del porto si stende verso il mare esterno un istmo, sicché la città giace su di una penisola e facilmente le navi possono essere trascinate per terra dall’una e dall’altra parte, essendo bassa la lingua di terra. Bassa è anche la quota su cui sorge la città che, tuttavia, è un pò elevata nella zona della acropoli. L’antico muro aveva un grande circuito, ma, oggi, per gran parte, la città, in prossimità dell’istmo è distrutta, mentre all’imboccatura del porto, dov’è l’acropoli, mantiene crescente la grandezza di una insigne città. Ha un elegantissimo ginnasio e un’ampia agorà in cui si trova la colossale statua in bronzo di Zeus, la più grande del mondo dopo il colosso di Rodi. Tra l’agorà e l’imboccatura del porto è situata l’acropoli che conserva pochi resti dell’antica bellezza delle offerte. I Cartaginesi ne distrussero la maggior parte quando occuparono la città; i Romani razziarono le altre, quando si impadronirono di Taranto con la forza. Fra queste il colosso bronzeo di Eracle nel Campidoglio, opera di Lisippo, dedicato da Massimo Fabio, colui che prese la città. “

Questa è la descrizione  che ci offre Strabone, storico e geografo,  della città di Taranto, nei primi anni del I secolo d. C. Una città, quella del passato,  non molto dissimile dalla attuale, e che si para innanzi agli occhi di un moderno viaggiatore. Infinitamente bella e irrimediabilmente distrutta, come poteva apparire all’epoca.

La colossale statua in bronzo di Zeus, e di cui non è rimasta traccia alcuna,  è stata, nel corso dei secoli, sostituita dall’Italsider, poi denominata Ilva, oggi ArcelorMittal. Polo siderurgico che ha ridotto la città a pura espressione geografica dell’acciaieria nazionale italiana. L’attuale colosso che domina la città: l’“investimento strategico nazionale”che, sino al 2023, potrà liberamente inquinare. Un colosso da 15 milioni di mq, con circa 12000 dipendenti diretti, e  con una possibile produzione massima  di quasi  12 milioni di tonnellate di acciaio grezzo l’anno.  

Ma come si è giunti a scegliere l’area ionica come sede di una acciaieria?  Un’area a  forte vocazione agricola  creata, dallo stesso Governo Italiano, grazie alla riforma agraria del 21 ottobre del 1950, attraverso l’esproprio di terre ai vari latifondisti e la ridistribuzione delle stesse ai piccoli braccianti agricoli. Una ridistribuzione, parzialmente finanziata dai fondi del piano Marshall,  e che interesserà 109.000 ettari, ossia quasi il 50% dell’intera provincia.

Un’area, quella ionica,  dove le uniche “industrie” degne di questo nome, almeno sino al 1946, sono rappresentate dall’Arsenale della Marina Militare, istituito con legge nazionale nel 1882, e dai Cantieri Navali Tosi, nati nel 1913. Industrie capaci di  impiegare, nei momenti di massima produttività,  sino a 21 mila uomini e , negli anni 50, a chiusura degli eventi bellici, in fase di profonda crisi  anche grazie all’intervento “salvifico” dell’IRI che costringerà i Cantieri Navali Tosi, di proprietà Falck, alla definitiva chiusura. 

Un’ area  dunque già sottoposta a deindustralizzazione forzata, in una perdita di identità collettiva tamponata con una riforma agraria che nulla aveva insegnato, agli illustri notabili, in merito alle “logiche” degli interventi governativi.    

Per comprendere le motivazioni di tale scelta, fortemente sostenuta dalla Democrazia Cristiana sin dal 1956, e ispirata dall’economista Pasquale Saraceno,  dobbiamo  giungere al 1957, anno della promulgazione della legge n.634 del 29 luglio. Con questo provvedimento il Governo Italiano favorisce l’assegnazione  di fondi stanziati dalla Cassa del Mezzogiorno. Un piano di investimenti che concede, alle aziende a partecipazione statale, il 60% dei fondi da impiegare nella creazione di nuovi impianti. Il provvedimento prevede inoltre  facilitazioni burocratiche e fiscali  per lo sviluppo di  attività produttive,  sorte però nei territori individuati dalla legge n.646 del 10/08/1950, strumento attuativo della Cassa Del Mezzogiorno. Agevolazioni cumulative che, all’atto pratico, copriranno  l’ 85% degli investimenti a fondo perduto.

Di queste agevolazioni, nel corso degli anni,  usufruiranno le regioni Abruzzo e Molise, la Campania, la Puglia, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna, le province di Latina e Frosinone, l’Isola d’Elba e i  comuni della provincia di Rieti.  Il provvedimento del 1957 permette, inoltre, l’istituzione dei Consorzi A.S.I, aree di sviluppo industriale, per anni a  esclusiva presidenza DC. Consorzi  che da strumenti di sviluppo e tutela territoriale  si tramuteranno, nel corso degli anni,  in strumenti di sviluppo aziendale e di tutela del profitto.  

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Nello stesso anno l’Iri,  Istituto per la Ricostruzione Industriale fondato da Mussolini nel 1933,  valuta formalmente  la possibilità di costruire un nuovo polo siderurgico costiero a ciclo integrale. Il quarto, dopo Bagnoli, Cornigliano e Piombino. Diretta promanazione, questa scelta, del Piano Finsider (Società Finanziaria Siderurgica), meglio conosciuto come “Piano Sinigaglia”, così denominato in onore di Oscar Sinigaglia, ingegnere e industriale italiano, presidente Finsider dal 1945 al 1953. 

Un piano industriale  che prevede, sin dal 1948,  la razionalizzazione  degli stabilimenti Finsider, società di proprietà Iri, attraverso il potenziamento della produzione degli stabilimenti più efficienti (Bagnoli, Piombino, Cornigliano, Dalmine, Apuania, Costa Volpino e Torre Annunziata), e la chiusura degli stabilimenti obsoleti.  Ma uno degli obiettivi del Piano Sinigaglia è creare stabilimenti di ampie dimensioni, con produzioni di massa finalizzate a mantenere bassi i costi di produzione, in piena ottica fordista.

A tal fine, l’Iri istituisce, dietro pesanti pressioni politiche interne ed esterne,  un comitato tecnico  che, nel maggio del 1959, esprime parere favorevole alla nascita di un nuovo impianto siderurgico a ciclo completo. Il comitato considera, però, controproducente l’immediata attuazione dell’impianto. Una relazione  in cui si rivela  quanto ” alla Finsider non convenga avviare immediatamente la costruzione di un quarto siderurgico ovunque ubicato”  poiché “tale costruzione, sulla base delle previsioni (…) dovrebbe essere iniziata nel 1961-1962” .

Un probabile tentativo, quel parere parzialmente positivo,  di ritardare la nascita del polo siderurgico nel Sud Italia, assecondando  alcune correnti interne alla stessa  Finsider e alla stessa Iri,   avverse alla nuova realtà meridionale.  Una realtà considerata deleteria per gli interessi di alcune società dello stesso gruppo, tra cui il tubificio Apuania, di cui si cerca di favorire il  completamento del ciclo produttivo, con l’installazione di un altoforno e di una acciaieria a monte della produzione.  

O nel probabile tentativo di agevolare la Fiat che, negli stessi anni, nonostante le ventennali agevolazioni di acquisto stipulate, nel 1952, con la società di Cornigliano,  tenta di costruire a Vado Ligure un nuovo centro siderurgico. Progetto che subirà  varie modifiche, sino a prospettare l’apertura di un siderurgico, di proprietà Fiat, nel sud Italia. O di acquisire, in alternativa, il 51% dello stesso stabilimento di Cornigliano, scontrandosi con una forte opposizione politica. 

Un parere, quello del comitato,  che resterà inascoltato non solo dai dirigenti Iri, pressati da correnti interne favorevoli all’apertura del siderurgico, ma dallo stesso Ministero delle Partecipazioni Statali, il quale, il 20 giugno del 1959, stanzia un finanziamento,  grazie alla Cassa del Mezzogiorno, di 167 miliardi di lire per l’attuazione dello stabilimento, e che lieviterà sino a oltre  400 miliardi di lire, a fronte di un ipotetico  investimento  iniziale  stimato tra i 60 e i 70 miliardi di lire. 

E il quarto polo siderurgico si tramuta in un immenso affare curato dalle due maggiori società del gruppo Finsider, l’Ilva e la Cornigliano. Società che saranno fuse  nel 1961 nella neonata Italsider, nome con cui sarà indicato lo stabilimento siderurgico sino al 1995, anno dell’avvento della gestione Riva.

Ma è la Cosider, società che nel 1960 muta la denominazione in  Italimpianti, sempre di proprietà Finsider,  che  individua nella città di Taranto il luogo più idoneo  ove insediare quello che diverrà, nel corso degli anni,  il polo siderurgico più grande d’Europa. 

continua…

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