Il Vaticano e la Grande Truffa

“La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande”  Vladimir Nabokov

“I furbi ci fottono sempre al momento giusto, nel posto giusto, col sorriso giusto. Camminano con sprezzo anche sopra la loro merda.” Charles Bukowski


 

“Eravamo bambini, ma ce lo ricordiamo ancora, qui c’erano vigneti e uliveti”  mi racconta R.,  custode e  pregiudicato.  “ Mi sono fatto qualche anno di villeggiatura” aggiunge, sorridendo, e senza troppi convenevoli.

R.  è il custode di una delle tante aziende fallite che hanno fatto da corollario al polo siderurgico. Un nugolo di aziende che,  per decenni,   hanno vissuto di subappalti, spesso gonfiati a dismisura.

Giornate trascorse in parte a vigilare il nulla, in parte trascorse nel  piazzale antistante il  palazzo in cui abita. “Vede come teniamo pulito? E ci fanno pure pagare le tasse”. Di quell’angolo di linda normalità  ne è fiero, come è fiero di  un Cristo che vigila sui palazzi circostanti.  Una piccola edicola votiva racchiusa in un recinto di piante rinsecchite dai fumi tossici.

 “Le piace?  L’abbiamo comprata noi“. Annuisco, se pur con qualche  difficoltà. Quel Cristo mi sembra inopportuno, in quelle strade, tanto quanto il siderurgico. Ma il suo entusiasmo da bambino, innanzi a una statua di gesso dalle mani amputate e adorna di rosari,  mi frena.

R. mi racconta di un quartiere  attorniato da uliveti e vigneti, lì dove ora sorgono i campi minerali.  Poi l’arrivo  degli  impianti, il minerale e i fumi tossici che, giorno dopo giorno, fagocitano il quartiere e l’intera città. E  di quando, bambino,  percorreva  le gallerie che attraversano  il sottosuolo dei Tamburi, dirette al siderurgico.

” Una volta le gallerie erano aperte. E noi ci entravamo per giocare. Poi un giorno abbiamo sentito l’acqua scorrere. Il rumore, era forte.. troppo forte… abbiamo avuto paura…. E non siamo più tornati.” 

E il racconto prosegue, sino a sfiorare gli  anni ’70. Gli anni del raddoppio, della crescita sproporzionata dell’acciaieria. Gli stessi delle crisi petrolifere, e del crollo delle vendite dell’acciaio. E gli anni ’80, quelli  in cui i Tamburi, fortino impenetrabile, diventano quartiere generale di un clan, il clan Modeo, diviso da una faida interna.

Di Antonio Modeo che, dalle lotte sindacali,  innanzi ai cancelli Italsider,  con a seguito sigarette di contrabbando da smistare,  all’occorrenza,  tra un picchettaggio  e l’altro, si tramuta nel  “capetto” della Italferro Sud,  una delle 500-600 aziende e cooperative – impossibile definirne il numero esatto  –   che lavorano in subappalto  per il  siderurgico.  E degli omicidi, 169 per l’esattezza che sino al 1990,  anno della morte di Antonio Modeo, cadenzeranno le giornate della città. Una esplosione di fenomeni criminali, parallela e consequenziale, alle varie crisi e riprese del siderurgico.

” Signò, sull’Ilva ci hanno mangiato tutti, pure il Vaticano” aggiunge R., amaro e ironico, prima di lasciarmi andare.  Riguardo quel Cristo incorniciato da una edicola,  e ora mi sembra meno inopportuno. Proprio lì,  in quelle strade, tra gente sacrificata in nome del Dio danaro.

 




 

Alessandro Fantoli,  giovane dirigente Finsider, giunge a Taranto nell’autunno del 1960,  ed è  l’uomo su cui la Finsider fa affidamento per l’acquisto, al minor prezzo possibile, dei terreni necessari alla costruzione del siderurgico. Un acquisto che, per evitare speculazioni,  si tramuterà ben presto in esproprio, grazie anche al Prefetto D’Aiuto,  suscitando le vivaci proteste dei proprietari e dei contadini.  Due le zone prescelte, sin dal settembre 1956, anno di un primo sopralluogo informale,  dai delegati Finsider e guidati dall’ing. Carli:  Zona Chiapparo e  Zona Caggioni.

Di questo primo sopralluogo ne abbiamo notizia solo l’anno successivo, e grazie a una relazione inviata dal presidente della Camera di Commercio, Giulio Parlapiano, al Prefetto D’Aiuto,  a seguito di una nuova visita,  il 27 settembre del 1957, da parte di una nuova  delegazione Finsider composta, questa volta,  tra i tanti altisonanti nomi, anche da un esperto della Sidermar, società controllata Iri che gestisce  flotta e  movimentazioni marittime.   

In Ricordi di un imprenditore pubblico, Alessandro Fantoli  narra, qualche anno dopo e con estrema lucidità,   i primi tentativi di speculazione da parte di imprenditori, politici e prelati, a carico  del siderurgico.  Il racconto,  vivido,  assume connotazioni al limite del grottesco.

Monsignor Mottolese e gli imprenditori locali da lui “guidati” ( nella stragrande maggioranza imprenditori-speculatori edili) avevano ipotizzato che il nuovo stabilimento – per il cui rifornimento di carbone e minerale venivano utilizzate navi da 100000 tn. – sarebbe stato ubicato ad est anche per poter usufruire del porto militare, destinato appunto alle navi di grande portata: acquistarono, a prezzi agricoli, migliaia di ettari in quella direzione, sicuri di rivenderli a caro prezzo

Una speculazione che, a detta dello stesso Fantoli, non avrà luogo anche per l’ intervento della Marina militare, che esclude, sin dal primo momento, la possibilità di autorizzazioni  per la costruzione del siderurgico su zone che collimano con aree di interesse della stessa Marina,   a causa della costruzione di un nuovo Arsenale.

Una Marina militare che, dalla lettura dei documenti depositati in vari archivi,  pur mantenendo una formale collaborazione, di fatto osteggerà la Finsider, a tal punto da opporsi all’ invio delle  foto aeree, costate 151 mila lire a ora di volo, delle zone prescelte dalla società. Foto che saranno visionate dai delegati Finsider solo dopo mesi, in presenza  dell’ Ammiraglio Sestini.  E  forse solo a seguito di un probabile  intervento del Prefetto D’Aiuto, sollecitato, in una lettera, dai toni misurati e concilianti,  dalla stessa Finsider.  Un prefetto  favorevole a tal punto alla realizzazione del siderurgico che,  in una nota ufficiale di qualche anno prima,  si esprimerà nel seguente modo: “ Va anche sottolineato che l’attuazione dell’opera avrebbe le più favorevoli ripercussioni sulle prossime campagne per le elezioni politiche” 

L’area individuata dal Motolese, se pur esclusa come opzione dalla Finsider,  maggiormente  interessata a un luogo che avesse, a breve raggio,  disponibilità di un porto, di fonti d’acqua dolce e di cave di calcare,  sarà oggetto di una immensa speculazione edilizia, attraverso la costruzione di un nuovo quartiere per gli operai Italsider negli anni successivi la costruzione del siderurgico.

Quartiere  denominato Paolo VI, in omaggio a Papa Montini e alla Santa Messa di Natale  celebrata, nel 1968, dal Vicario di Cristo all’interno dell’Italsider, al fine di  ricomporre una frattura tra mondo ecclesiastico e mondo operaio. “Noi vi comprendiamo, vi difendiamo, la Chiesa riconosce il bisogno di giustizia del popolo onesto e lo difende e lo promuove, ricordando sempre che non di solo pane vive l’uomo”, le parole pronunciate dal Papa Paolo VI nel corso della celebrazione.

Una distesa di case popolari, quelle del quartiere Paolo VI, esposta  ai venti di sud- est e ai fumi del siderurgico, costruita per risolvere il problema abitativo degli operai,  e per riassorbire i numerosi disoccupati che, a chiusura della prima fase dei lavori di costruzione dell’acciaieria,  durata dal 1960 al 1964,  e costata 44417 feriti e 165 morti,  sono in attesa di  un nuovo reimpiego.

Una emergenza abitativa e occupazionale paradossalmente risolta attraverso l’ampliamento smisurato di una città destinata, nel corso dei decenni, a  svuotarsi. Forse perché quel popolo onesto così caldamente descritto da Paolo VI nel corso della sua omelia,  sarà costretto a mangiare pane e  chemioterapici,  in assenza di  giustizia.

Ma per comprendere il ruolo di Motolese, pedina fondamentale nei giochi di potere della Dc, e uomo capace di  far costruire ben 43 chiese nel corso del suo lungo apostolato, tra cui la mastodontica cattedrale di Giò Ponti nella stessa città della Italsider e della Cementir,  bisogna fare un passo indietro e tornare al congresso di Napoli del 1954, e all’avvento della segreteria Fanfani, all’economista Pasquale Saraceno e al piano Vanoni.

continua… 

 

 

4 Comments

    1. Il problema è che il popolo italiano sembra non voler imparare dal proprio passato e dalla propria storia. E sulle motivazioni politiche che hanno portato a certe scelte, come il posizionamento di un impianto industriale a ridosso di una città, c’è, purtroppo, ben poco interesse. Ci sono storie che si reiterano nel corso del tempo, sempre uguali a se stesse. L’Ilva è purtroppo uno tra i tanti esempi che abbiamo incontrato nel corso degli ultimi anni. E di realtà simili ce ne sono un’infinità in Italia. Dal Nord al Sud, purtroppo. Al di là del fatto di cronaca, che si declina con l’ennesimo morto evitabile, quanto accade quotidianamente passa nella più totale indifferenza istituzionale. Cambiano i governi, ma resta tutto uguale. E’ più “economico” far crepare gente di cancro o di incidenti di lavoro, tra l’altro evitabili, che chiudere una fabbrica, ormai in uno stato pietoso in termini di sicurezza, e che produce una quota di acciaio molto piccola. A stento 3,5 milioni tonnellate, rispetto ai 12 milioni che potrebbe produrre, e a fronte di oltre 1,5 miliardi di tonnellate che si producono a livello mondiale. L’acciaieria di Taranto costituisce una inezia rispetto ai grossi giri economici ma per questioni politiche irrisolte si continua a tenerla aperta.

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