Storie d’Italia

Sospendiamo per una settimana le pubblicazioni inerenti l’Ilva. E in attesa di risolvere alcuni problemi legati al sito,  vi raccontiamo due storie. Si dice che la civiltà di un Paese si valuti dalle condizioni in cui vivono i cittadini più deboli. E’ una frase retorica, ma corrispondente a verità.

L. è una ragazza poco più che ventenne. Nata in Albania, giunge all’età di cinque anni in Italia per volontà del padre, arrivato in Italia a bordo della Vlora. Uno dei 18 mila uomini che affollavano una nave carica di sudore, miserie e speranze approdata sulle coste italiane nel  1991.

Alta, bella, bionda, con un  marcato accento albanese, segno di chi non ha perso la propria identità culturale, pur abbracciando una nuova Patria, L.  sfugge alle attenzioni di un uomo che le si è seduto di fianco. Al terzo maldestro tentativo di sfiorarla, la ragazza si alza per raggiungere il posto accanto al mio. Dalle molestie subite, stemperate da risate e battute,  si passa alla situazione politica di questi ultimi giorni.

L. vuole diventare un’assistente sociale. Ha studiato e ora  segue un tirocinio presso i servizi sociali di una grande città. Mi racconta una storia, una delle tante che è costretta, impotente, ad assistere. Dell’arrivo nel suo  ufficio di una donna africana, madre di  due bambini, di cui uno di soli quattro mesi.  Ritrovati da una pattuglia della polizia per strada,  dove la donna dorme assieme ai due bambini, mentre  il marito  è ricoverato in ospedale, colpito da un ictus.  Di giorno,  la donna lo assiste  e lascia  i bambini in  un bar, dove vengono accuditi dai gestori del locale,  la notte dorme per strada, assieme ai suoi bambini.  Non ha il tempo  di rientrare nel centro di accoglienza,  dove è assegnataria di tre posti.  Uno per sé e i restanti due per i bambini. Un centro di accoglienza troppo distante dall’ospedale e che, per quattro mesi, omette di denunciare la scomparsa della donna e dei due bambini, pur di  continuare placidamente a lucrare  sulla loro presenza, regolarmente registrata.   Ciò nonostante,  nessuno in quell’ufficio è disposto ad aiutarla.  In fondo è solo una “negra” con due figli a carico, senza marito e in terra straniera, e credere a quella scomoda storia, se pur vera,  imporrebbe l’apertura di imbarazzanti procedure. Aspramente redarguita per le notti passate per strada,  la donna è costretta a un’unica scelta : ritornare nel centro di accoglienza, senza se e senza ma, se non vuole perdere i due bambini. Al marito provvederanno i medici. Lo Stato si declina in infiniti modi. Basta solo imparare ad accettarlo.


” Ma che diritti e diritti,  in questo Paese non ci sono diritti” M. è la combattiva madre di A., una ragazza down dai lunghi capelli neri e che  le incorniciano un volto dolcissimo.

“L’altro giorno  ho dovuto litigare in  biglietteria. Volevano farmi pagare il biglietto del treno, perché l’impiegato non conosceva le leggi.  E’ una continua lotta, da quando è nata”.

A. è affetta da sindrome di down. Vent’anni e sembra averne dodici,  determinata a tal punto da  ultimare tutti i cicli di studio,  sino all’università, dove è  iscritta. Ma non le basta, vuole prendere la patente, e per farlo ha chiamato tutte le scuole guida della città, chiedendo d’essere ammessa ai corsi, nonostante un handicap  che A. rivela,  con estrema naturalezza, a quanti, increduli, l’ascoltano per telefono.

“Sarebbe la prima in città, ma io e mio marito siamo contrari,  è troppo pericoloso. L’ho scoperto perché  lei ha dato il mio numero di telefono, e le  varie scuole hanno poi richiamato per avere conferma. Pensavano fosse uno scherzo. L’altro giorno è uscita di casa senza dirmi nulla. Ha chiamato avvisandomi che era fuori e  che voleva farmi una sorpresa. Era andata nel  bar sotto casa a prendere, per me e mio marito,  un caffè, per poi dirmi “guarda mamma che sono autonoma, la posso prendere la patente” .  Ma noi abbiamo paura per lei “

Poi mi racconta delle battaglie di madre. Dei cambi di scuola, in seconda media, per fare in modo che la bambina fosse seguita adeguatamente. Di insegnati assenti, o chiusi nei bagni,  troppo impegnati  a  fumare sigarette, e di  bambini lasciati soli nei corridoi, in perenne transumanza. E’ un fiume in piena di rabbia e determinazione.

“Andavo a scuola per controllare. Un giorno con la scusa che la bambina aveva dimenticato alcuni libri. Dopo una settimana con la scusa della merenda lasciata a casa. L’ho ritrovata in un corridoio, entrambe le volte, e lì sono esplosa”

Mi racconta del nulla osta negato per mesi da una  preside offesa dalle proteste di una madre, definita ” troppo ansiosa e incapace di una onesta valutazione”,  sino all’arrivo in una  nuova scuola, e del rischio di perdere l’anno per la mancanza di una nuova insegnate di sostegno. E di  una lettera aperta inviata, per mezzo della preside, ai  nuovi docenti. Lettera di una madre  preoccupata per le sorti di  una figlia, schiacciata da un sistema schizofrenico. Un sistema  capace solo di  anteporre la burocrazia alle  persone. Lettera  in cui la donna chiede di farsi strumento tra le mani di quegli  insegnanti che neppure conosce, ma a cui si affida. Sarà lei l’insegnante di sostegno della figlia, se tutti sono d’accordo. E di docenti disposti a raccogliere quella sfida, pronti  a prendersi in carico due nuove allieve, una madre e una figlia.

” Io non ho mai studiato. Non ho neppure la terza media, ma l’ho seguita ogni giorno, per anni, mentre faceva i compiti. Sono cresciuta con lei, ma ora sono stanca di combattere ,anche solo per un biglietto del treno”, racconta M. in un perfetto italiano, mentre palesa una stanchezza comune tra molti genitori di bambini con bisogni speciali, costretti a farsi carico delle mancanze prodotte da uno Stato sempre più svuotato di significato.

A. guarda nel monitor della macchina fotografica dove scorrono le immagini.  “Che bella, cos’è quella? “. Le spiego la storia di quella immagine su cui i suoi vivi occhi  si soffermano, e  quella dei due uomini che l’hanno riportata alla luce. Sono storie antiche,  ma che non suscitano alcun interesse, tranne in quella ragazza dal volto di dodicenne e dagli  occhi di gazza ladra.   “Me la regali?” Annuisco,  sorridendo. In fondo è solo una foto.

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