Storie d’Italia

Ore 11.00. Percorro i corridoi dell’ospedale dove incontrerò G.  Il Cup  accessibili da un ingresso laterale,  una sorta di silente purgatorio, ritmato dai numeri che scorrono sui monitor,  è stato smantellato e sostituito da vari ambulatori.  Proseguo dritta,  sino ad arrivare al corridoio del primo piano.  Sulla sinistra, in basso, un gabbiotto. Due sorveglianti  guardano  la macchina fotografica   appesa al collo. La ripongo in borsa.

G. mi aspetta nella chiesa al terzo piano. Al mio arrivo,  tenta di darmi qualche sommaria spiegazione per telefono. Teme mi perda in quel labirinto.  Lo rassicuro. Conosco quell’ospedale. 

Percorro tutto il primo piano. Pareti e pavimenti ricoperti in marmo verde Alpi stridono con i corpi e i volti di pazienti   che , dal pronto soccorso,  sfilano su carrozzine o barelle  per giungere nei reparti assegnati.

Dritto,  in fondo,  gli uffici amministrativi e dirigenziali, a sinistra  gli ascensori per il  terzo piano che si aprono per lasciar uscire un infermiere con un paziente in carrozzina. L’infermiere non fa in tempo a fermare l’ascensore, immediatamente richiamato ai piani superiori. Mi chiede scusa per aver ostruito involontariamente l’ingresso. Gli dico di non preoccuparsi, e che posso tranquillamente usare le scale antistanti.

Salgo al secondo piano, reparto di gastroenterologia alla mia sinistra, marmi verde Alpi ovunque, mentre alla mia destra, una signora, in camicia da notte  rosa,  contempla,  in lacrime, un crocifisso sulla parete antistante le scale  che mi conducono al terzo piano.

Da lì, sulla sinistra,  il lungo corridoio, ritinteggiato in un rosso   in grado di ricoprire il giallo Napoli di un tempo,  che percorro velocemente e su cui si apre  l’immensa mensa che di lì a breve provvederà a distribuire i pasti ai pazienti. Dai vetri che scoprono di poco  le cucine,  scorgo occhi incorniciati da mascherine e cuffie  verdi. Assieme a mani svelte e inguantate intente a preparare vassoi, impilati in carrelli  velocemente sospinti verso gli ascensori.    

A destra del corridoio il bar  da cui proviene l’acre odore di caffè bruciato,   mentre il tanfo  di disinfettante,  uguale a quello di un tempo, offende le narici sino alla nausea. L’imponente colonna di un bancomat, con vistose scritte pubblicitarie,   fa bella mostra di sé lungo il corridoio, in contrasto con le parche scaffalature, contenenti cartoni e medicinali ,  di una farmacia lasciata apparentemente incustodita. 

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In fondo al corridoio,  si apre la minuscola porta di accesso alla chiesa, un anonimo ingresso preceduto  da uno slargo, simile a una piccola piazza in marmo. Oltrepassata la porta,  si apre l’imponente navata di un luogo  solitamente frequentato,  nel corso delle funzioni, da medici e pazienti. Gli unici momenti, quelle celebrazioni, in cui quella sottile linea di demarcazione tra personale medico e ammalati  sembra annullarsi.   

G. è seduto ai banchi laterali, sulla destra.  Sgrana un vistoso rosario in legno  in una mano. Nell’altra stringe i diari e le foto di M., l’unico amatissimo  figlio,   perso  in quell’ospedale. Uno dei poli di eccellenza del mezzogiorno d’Italia. L’ultimo approdo,  prima di affrontare costosi viaggi al Nord Italia o all’estero.  Un figlio amato, e morto  neppure trentenne, a causa di  un tumore  manifestatosi con un banale malore.  Maestro in pensione, G. ha lasciato la sua città d’origine per trasferirsi nel paese che ha visto gli ultimi istanti di vita di  un figlio perso nel giro di  due anni.

“Praticava tanti sport… si stava laureando…  era stato sempre bene. Poi un malore improvviso …”.  G.  stringe tra le mani i diari di M.  che ha deciso di  consegnarmi, mentre   contempla le foto di un ragazzo sano e sorridente. “Era bello, vero?”  Annuisco, ma  era bello anche nelle foto che raffigurano un corpo devastato dalla malattia  e un volto, se pur affaticato, capace di sorridere. Le foto delle ultime settimane di vita.

“Avrei dovuto portare via  tutta la famiglia” mi ripete più volte. ” E’ la fabbrica l’unica responsabile di quanto accaduto, non voi” gli rispondo ” Non potevate sapere, né immaginare”. I suoi occhi sono attraversati da un lampo di composta disperazione, la stessa che ho visto in decine di genitori, inermi e increduli,  sfilare in inascoltate manifestazioni contro il siderurgico. Innanzi al suo sguardo,  mi pento di non aver taciuto.

Parlare non serve.  Non  solleva  questi genitori dai sensi di colpa per non aver adeguatamente protetto i loro figli.  Genitori che in segno di sfida  verso uno Stato assente, a fine manifestazione, appendono  le foto dei figli  defunti agli alberi delle piazze di Taranto. Foto che mostrano i volti di bambini devastati dalla malattia, senza alcuna ipocrita censura, e che per giorni nessuno osa rimuovere. Uno scandalo  in una società di  corpi  fintamente sani e fintamente perfetti.

La realtà è che nessuno  può immaginare quanto la politica, per mezzo di una banale relazione, definita relazione Techne, abbia volutamente condizionato, nel corso degli ultimi decenni,  la vita di migliaia  di persone, e solo per puro profitto.

C’è un punto  di insanabile frattura  tra Stato e cittadinanza. Un punto di non ritorno che si declina negli atti coercitivi di uno Stato che violenta se stesso.  Taranto quel punto di non ritorno l’ha vissuto con la costruzione del siderurgico.

Mi congedo da G. La mia presenza rischia di risultare inopportuna. E ogni parola di conforto verso un dolore incomprensibile, per me mai divenuta madre, risulterebbe  fuori luogo. Esco dalla chiesa e svolto a sinistra. Un ascensore mi porterà al reparto che mi ha vista paziente.

 

 

 

 

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