Vite di Acciaio

Abbiamo attivato il blog ” Vite di Acciaio”. Di seguito il link del sito che subirà modifiche nel corso dei mesi.

Perché lo abbiamo chiamato Vite di Acciaio? Perché nonostante i racconti di lutti, perdite, tragedie personali e collettive, nutriamo la certezza che, come in ogni ciclo biologico o fenomeno sociale, anche l’Ilva avrà fine.  E che dalla morte, imposta da uno Stato totalmente  indifferente  verso le esigenze di una intera popolazione,  si generi nuova vita.

All’interno del blog, tra qualche mese, troverete pertanto articoli e foto che raccontano  la storia dell’Ilva, ex Italsider, oggi Arcelor Mittal,  e la quotidianità di Taranto.  Le sue strade, la sua gente, e i motivi politici che hanno reso possibile una strage di Stato.  Storie di vita  e storie di morte.  Una serie di fotografie  raccolte, nel corso degli anni, e di testimonianze reali che ci imporranno, in alcuni casi, di omettere i nomi di quanti preferiscono l’anonimato, pur avendoci regalato le loro storie.

C’è paura e omertà a Taranto? Sì. Sin dai tempi della gestione Riva, allorquando era impossibile parlare con gli operai anche nel corso di pubbliche manifestazioni.  Ammansiti,  al pari di  schiavi industriali, dall’arrivo di  qualche provvidenziale dirigente, pronto a edulcorare una realtà conosciuta da tutti, con la compiacenza degli stessi sindacati. Una realtà che esplode nella sua drammaticità, ancora oggi, a ogni incidente all’interno dell’azienda, frutto non di fortuite casualità, ma di impianti fatiscenti, macchinari non a norma, e una produzione portata avanti senza il rispetto delle più elementari norme di sicurezza. Morti non accidentali, ma pianificati da una logica aziendale che vede il profitto come unica ragion di vita.

Perché  proponiamo  gratuitamente un qualcosa su cui potremmo  lucrare?

Per due motivi: la realizzazione di un libro fotografico e gli  alti costi di produzione imporrebbero la commercializzazione del testo a prezzi esorbitanti, limitando l’accesso di tali informazioni solo a persone facoltose. E in un paese, come l’Italia, in cui si legge poco e male, significherebbe far percorrere al libro la sicura strada del macero.

E l’esatta conoscenza dei problemi che attanagliano i  malati oncologici, infiniti problemi tra cui la mancanza, sul territorio, di strutture adeguate,  ci impone di rendere liberamente fruibile i contenuti, eliminando definitivamente ogni forma di possibile censura sull’opportunità  di pubblicare simili contenuti, scomodi solo per quanti hanno tutto l’interesse a che nulla muti.

Inutile ribadire che vi sono altre realtà, nel tarantino, che da anni producono, a proprie spese,  quella che volgarmente è definita contro informazione. Gente comune tra cui professori, impiegati, operai, medici, semplici madri e padri che, da un giorno all’altro, hanno dovuto convivere, di certo non per scelta o per diletto, con gli effetti inquinanti prodotti dall’Ilva. Una serie infinita di persone, per lo più note solo a livello locale, molto  più consapevoli della maggioranza silenziosa abituata a fare massa, ma non coscienza critica, e impegnate nella divulgazione di scomode verità contro uno  Stato, da sempre, omertoso.

Perché non sfruttare l’onda mediatica di questi giorni, al fine di promuovere il sito? Perché abbiamo poco a che spartire con Bruno Vespa e le strenne di Natale. In altre parole, crediamo che usare l’onda mediatica  per il  lancio di un blog  sia di cattivo gusto, al pari di una questua finalizzata alla ricerca ossessiva di una visibilità che lasciamo molto volentieri alle persone “giuste”, a quelle che frequentano i salotti della buona società.

L’obiettivo non è il ritorno economico o di immagine, ma promuovere la conoscenza di fatti storici e documentati, abilmente negati o volutamente mal interpretati.  E anche un solo lettore che visualizzi i nostri post e  sviluppi una maggiore consapevolezza sulla questione Taranto per noi è un successo. E’ un regalo che ci facciamo, con estremo piacere, perché sappiamo che continuare a tacere significherebbe favorire il gioco di una  politica irresponsabile, profondamente volgare  e  di basso profilo.

Vi racconteremo gli effetti della industrializzazione forzata che ha ridotto Taranto a macerie. Vi racconteremo di una città ridotta a non-luogo, andando oltre il concetto di non- luogo proposto da Marc Augé, e limitato, dallo studioso,  a luoghi di transito e centri commerciali privi di identità storica e culturale, luoghi del disimpegno e della omologazione.

A Taranto si è andato oltre il non- luogo, oltre il buon senso, oltre il  buon gusto e persino oltre l’intelligenza che avrebbe dovuto imporre l’autotutela, frutto di un primordiale istinto  di sopravvivenza, a principio cardine di vita,  abilmente tacitata dall’indifferenza e dall’omertà collettiva, dal “tanto funziona così”.

Auguriamo un sereno Natale, per quanto possibile,  a quanti trascorreranno questi giorni in ospedale per virtù e per merito di uno Stato indifferente, di una politica cialtrona, e di un popolo da bunga bunga. Il cancro, purtroppo, non va in vacanza,  e neppure  concede tregua.

E vi lasciamo con una immagine, mai fotografata,  delle innumerevoli manifestazioni che si sono tenute a Taranto. Manifestazioni che per anni hanno visto e vedono, ancora oggi,  contrapporre operai e popolazione civile, abilmente scissi in una dolorosa scelta tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute. L’usuale grimaldello  utilizzato  dalla politica per spaccare i consensi, in un divide et impera, al fine di lasciare immutata una situazione manifestatasi, sin dagli esordi, critica. Basti pensare agli oltre 4000 mila operai morti per la costruzione dell’acciaieria e del suo  raddoppio, avvenuto negli anni ’70.

Vogliamo pertanto essere “buoni”, e vi regaliamo  l’immagine di un padre. Un uomo di oltre sessant’anni che, nel corso di un corteo,  spingeva verso alto, con le braccia tese verso il cielo, una pesante croce di circa un metro e mezzo. Su quella croce era inciso il nome del figlio, deceduto in giovane età. Ricordo ancora la stretta allo stomaco, a tal punto da non riuscire ad  avere  il necessario cinismo  per fotografare. Una immagine  che è rimasta impressa nella memoria di tutti noi , assieme a quegli occhi rivolti verso il basso, umiliati dalla vita e da uno Stato assente, cinico e profondamente colluso. Occhi ricolmi di lacrime per una vita perduta tra l’indifferenza generale .

Pensate quindi a Taranto come a un Cristo inchiodato alla croce dell’egotica ipocrisia  di una politica lurida e doppiogiochista, in cui tutti  hanno contribuito ad affondare una città, in un divertito e diverte gioco al massacro, in nome del profitto.  E avrete una perfetta immagine della bellezza di un Paese marcio  sino al midollo e, per giunta, pago di esserlo.

Per quanti credano che la vita si riduca a facili formulette da quattro soldi,  o che  basti un pò di insana ironia e di insana leggerezza per risolvere problemi incancreniti, e ormai irrisolvibili,  consigliamo di scendere in strada, tra la gente comune, in un sano bagno di realtà e di umiltà,  magari calandovi, con qualche fune,  dalle torri dorate  dove usualmente vivete, comodamente  appollaiati su privilegi, macchine di lusso e giuste amicizie. Sarebbe una buona  idea, magari, passare  le vacanze di Natale  a Taranto, tra gente comune,  gente da decenni recintata in  quartieri dormitorio devastati dall’abbandono, dall’ inquinamento e dalla criminalità organizzata. Non troverete alberi di Natale illuminati da sfolgoranti  luminarie, ma sarete voi gli alberi di Natale, illuminati dal luccicante e cancerogeno minerale che vi impregnerà narici,  vestiti, volti e capelli. Lo stesso che inalano centinaia di bambini, grazie a una scuola costruita a poche centinaia di metri dal siderurgico.

E chissà che non  viviate un vero risveglio spirituale dalla profonda arroganza, dai pregiudizi, dall’ infinita ignoranza e dai luoghi comuni con cui abilmente  filtrate la realtà, perché purtroppo la vita non si riduce solo a questioni  di maschere ben acconciate per un pubblico eternamente  voglioso di gossip. E compito primario della fotografia non è abbellire crude realtà, rendendosi complice di omertose condotte, ma mostrare quelle realtà nella loro verità. Una verità che non è opinabile.

Rinnoviamo infine l’invito agli abitanti di  Taranto che abbiano subito,  sulla propria pelle, gli effetti devastanti dell’inquinamento a contattarci al seguente indirizzo di posta infoaneripictures@gmail.com  Stiamo raccogliendo, ormai da tempo,  testimonianze di donne e uomini che abbiano voglia di rendere pubblica la loro quotidiana realtà, e continueremo a farlo nel corso dei prossimi anni, fino a quando l’azienda non sarà definitivamente chiusa.  Per quanti abbiano timore di rilasciare interviste, sarà garantito l’anonimato. I vostri nomi saranno tutelati, le vostre testimonianze saranno invece raccontate senza alcun filtro o censura.

 

 

 

 

 

 

 

2 comments

  • Continuo a seguirvi con un sano interesse ed una grande stima, paura ed omertà sono due sorelle che hanno cresciuto l’Italia intera rendendola uno stivale mezzo rotto, le testimonianze danno dignità ad uno stato storicamente latitante, sono un amante della fotografia e le immagini parlano più delle parole e Vite di acciaio sono parole perfette contro la vecchia criminalità organizzata che ha distrutto tante vite

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  • La ringraziamo per l’interesse e per la stima, e ci farà piacere avere altre sue impressioni non appena il sito sarà pronto. Ci abbiamo messo un pò per una serie infinita di motivi, ma è necessario rendere pubbliche le immagini che, come giustamente sottolinea, valgono più di qualsiasi retorico discorso. Il nostro è un modesto contributo, ma doveroso verso una città che meriterebbe ben altro.

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