Auguri di Buon Natale

Per qualche giorno sospenderemo le pubblicazioni. Dove saremo? Non certo a festeggiare, ma a lavoro, come è prassi, per noi,  da qualche anno a questa parte. E riprenderemo le pubblicazioni con qualche scatto da zone terremotate, ultimi “acquisti “di scuderia. Un progetto su cui stiamo lavorando ormai da qualche anno e con enorme soddisfazione.

Il retro pensiero, dietro a certi reportage, da parte di eruditi detrattori, è che ci animino  solo questioni puramente economiche. Ci piacerebbe farvi vedere in quali condizioni lavoriamo, ormai da anni, e non escludiamo di produrre qualche documentario con frammenti  di vita reale, per farvi comprendere che  motivazioni esclusivamente economiche non sono sufficienti a sostenere certe scelte.

E’ ovviamente la nostra una scelta di vita,  perché potremmo comodamente sederci  sugli allori, vivendo di appalti sapientemente pilotati, mostrando una realtà  volutamente alterata, pur di compiacere un pubblico di bocca buona. Ma non fa parte della nostra cultura, quella di chiedere favori in cambio di altri favori, nella logica di una mano lava l’altra.  E crediamo che Il problema, in Italia, sia  proprio accettare una simile logica, introiettandola sino al punto da non vedere più alcuna via d’uscita a un sistema clientelare,  considerato  ormai auspicabile.

Per spiegare a quanti abbiano la curiosità di vivere il  dietro le quinte, vi diciamo che un reportage in zone terremotate implica entrare in zone rosse, implica ritrovarsi su ballatoi sospesi nel vuoto, implica camminare per chilometri, senza acqua e senza sosta, come ci è capitato, anni fa,  ad Amatrice, i cui accessi bloccati, a causa di scosse,  ci hanno imposto di  costeggiare le frazioni terremotate del paese. Implica abituarsi a   una terra che balla sotto i piedi,  cercando di superare  cavi elettrici scoperti e macerie pericolanti,  soffermandosi spesso con gente in lacrime, incapace di lasciare case ormai diroccate, case piene di ricordi e vita.

Tragedie evitabili,  attraverso politiche edilizie di adeguamento, e  per decenni disattese.  I condoni, si sa, mietono consensi e voti. E i morti sotto le macerie, vittime di tragedie annunciate, sono la conseguenza più evidente di scelte politiche miopi e devastanti. Morti non evitabili nel Paese dei condoni edilizi e dei controlli disattesi. Vittime sacrificali alla Ragion di Stato, ossia a poltrone occupate e da cui difficilmente ci si riesce a schiodare. Si chiama Realpolitik.

Un lavoro che implica una  costante disciplina e un certo distacco, non sempre in verità possibile.  Un distacco  necessario a tutelarci dalla durezza di certe immagini, e  che ha come unico fine il raggiungimento, con una certa serenità, dell’obiettivo preposto: ossia mostrare la realtà senza alcun filtro.

Nonostante tutte le difficoltà, e le brutture cui spesso ci esponiamo volontariamente,  ci consideriamo dei privilegiati. Fatiche fisiche e mentali, insulti di ogni genere, boicottaggi, recriminazioni,  richieste di favori, sempre disattese,  processi alle intenzioni da parte di perfetti sconosciuti,  sulla cui intelligenza, mai usata, cultura, mai applicata,  ed educazione, perennemente disattesa, potremmo scrivere trattati di comicità o trattati di psichiatria, assieme a  qualsiasi tentativo, che rasenta il ridicolo,  di fermare un progetto che ha diritto di esistere, al pari di tanti  altri inutili progetti, ci scivolano addosso.

Non ci aspettiamo un grazie per quanto facciamo, perché è frutto di una nostra consapevole scelta, e nessuno ci ha investiti dall’Alto, unti del Signore.  E a scanso di equivoci ribadiamo che non usufruiamo di finanziamenti pubblici, o di mazzette abilmente celate sotto forma di pubblicità o regalie.   Ma quanto meno  ci aspettiamo di produrre lavori capaci di raccontare, con onestà intellettuale, magnifica sconosciuta nel Paese dei Balocchi, quanto accaduto in questi anni in un Paese dove un colluso può paradossalmente persino interpretare il ruolo di magistrato. Cosi è se vi pare, direbbe Pirandello. E così se vi pare, signori. Pizza, mafia e mandolino, a volontà, e per tutti.

Se l’Italia è quella che è, lo si deve a quanti sanno e consapevolmente tacciono, adagiandosi su una infinità di compromessi che costituiscono il vero tessuto sociale di questo Paese.  C’è una sorta di vantaggio nel lasciare una nazione, mai divenuta tale,  in mano alle solite lobby: l’ostinata  certezza che nulla muti e solo per un becero tornaconto personale.  Cambiare tutto affinché nulla cambi, è il  quotidiano filtro attraverso cui  leggiamo un Paese ridotto ormai in macerie, o se preferite, un Paese ammalato terminale a cui sarebbe necessario staccare la spina,  e concedere l’estrema unzione.

Anni fa, poco più che ventenne, mi rivolsi a un ente pubblico per ottenere alcune informazioni, per conto di una onlus, in merito  ad alcuni bandi pubblici. L’unica domanda posta, da un sollecito funzionario, preposto solo alla diffusione dei informazioni,  fu : ” Chi ti manda?” . Una domanda posta in maniera diretta e senza troppi preamboli.  Nessun accenno alla validità del progetto e alla sua fattibilità. Al funzionario premeva solo  il livello di conoscenze istituzionali della onlus,  che avrebbero garantito, a prescindere dalla validità e dalla qualità del lavoro, i finanziamenti pubblici, in cambio di  una cospicua percentuale. Questo è uno dei motivi per cui i finanziamenti pubblici europei sono spesso disattesi.

L’Italia è’ il paese dei Balocchi, dove la mafia, quella dei colletti bianchi, collusa con politica, chiesa, “poteri occulti”,  che poi tanto occulti non sono, e magistratura allineata a precise richieste politiche, detta  le regole del gioco e, in una comica e surreale rappresentazione, penetra persino nell’antimafia.

Non c’è modo migliore di mimetizzarsi per un malavitoso che interpretare il ruolo di integerrimo difensore delle istituzioni, spalleggiando l’autorità.  Innanzi a simili rappresentazioni, di solito ridiamo a crepapelle. E’  il nostro modo modo per mantenerci in salute, innanzi alla paradossale stupidità della gente. Alla massa priva di coscienza critica, che perennemente piega la testa in cambio di lauti compensi, perché tutto è in vendita in questo Paese.

E in un Paese dove, per poter essere ricoverato, hai necessità di pagare l’integerrimo  primario,  quello magari scelto dalla clinica cattolica come punta di diamante del reparto, ben 400 euro a visita,  compenso rigorosamente in nero, in fondo tutto, ma proprio tutto,  è possibile.

Osservando la quotidianità, non nascondiamo di essere giunti alla conclusione che alcune persone meriterebbero l’internamento psichiatrico a vita. Farebbero meno danni alla società, di quanto già ne facciano con la loro semplice vuota esistenza, magari rinchiusi all’interno di un reparto, a disintossicarsi dalla propria ipocrisia.

Abbiamo deciso di vivere e continueremo a vivere, a prescindere da quanti, per anni, ci hanno imposto la loro assurda follia. Ci dispiace per voi, ma per quanti “pacchi” abbiate preparato, noi andremo avanti, come sempre abbiamo fatto. Fatevene una ragione, una volta per tutte. L’assenza di talento, di umanità e di umiltà è vostra scelta di vita e vostra unica  responsabilità.

 

 

11 comments

  • Mi riconosco in queste considerazioni, la realtà senza filtri è tutta un altra storia perché usa le giuste parole e chi vive in prima linea conosce molti aspetti tenuti volutamente nascosti dal falso-gentilizio-manipolazione e gli appalti si possono descrivere regolari solamente quando apportano delle migliorie mentre tutto il resto è irregolare, nella vita ci si deve aspettare anche l’inaspettato, avevo poco più di ventanni e delle persone sconosciute mi dicevano “tu chi sei?” “perché denunci?” “perché rifiuti? Sei una donna fa come fanno le altre”, sono passati ventianni ed ancora non hanno capito.

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    • E non credo che capiranno mai, perché significa sovvertire un sistema di valori da cui sia uomini che donne traggono un certo vantaggio, fosse anche una certa comodità nell’avere una vita “facile” e una strada spianata. mi chiedo però quale prezzo paghino, in termini di omologazione e di frustrazione, “risolti” attraverso l’esternazione di luoghi comuni o pregiudizi sul “diverso” di turno, che possa essere donna, gay o straniero non fa molta differenza. La domanda non è “perché denunci.” La domanda è “perché non denunci” situazioni che diventano, giorno dopo giorno, sempre più insopportabili. Non riesco a capire quale differenza vi sia tra l’asportazione di un cancro, e l’asportazioni di certe pratiche sociali coercitive e omologanti. Spero si siano limitati a una domanda, perché alla domanda, o meglio, all’implicito invito di “farsi i cazzi propri “, mi perdoni il francesismo, segue la caccia alla strega, se ci si discosta troppo dal concetto di donna preconfezionato, e non mollano la presa sino a quando non hanno ucciso la preda o non l’hanno definitivamente ricondotta a più miti consigli. Fortunatamente ci sono molti modi di declinare la femminilità. Se è accettabile un prototipo di donna in tacco 12, credo sia altrettanto accettabile un prototipo di donna in anfibi, per semplificare tramite un esempio banale. Sembrano cose scontate, ma non lo sono, se si pensa che una donna sola non può uscire, in piena notte, senza essere “scortata” dal fratello, amico, padre, marito. E i dati sul femminicidio, punta dell’ icerberg di una cultura ancora fortemente maschilista, ne sono la riprova. Femminicidi che nascono il più delle volte a causa di richieste di separazioni o divorzi banalmente non accettati. Il femminicidio, brutto termine che però rende l’idea di un omicidio per motivi puramente “culturali”, altro non è la cosalizzazione della donna. E l’indifferenza o la banalizzazione verso simili tematiche ha purtroppo una ricaduta sociale, in termini di vite umane e costi emotivi ed economici per i figli che sopravvivono a simili tragedie. Diciamo che si vive più comodamente non sapendo e non vedendo, o magari vedendo e godendosi lo spettacolo. Finché capita agli altri, tutto è lecito e accettabile. Sono morti accettabili, quelle delle donne, al pari di sacchi di patate privi di qualsiasi valore.

      Anni fa soccorsi due ragazzi per strada. Era il primo pomeriggio di una giornata estiva, nei pressi di una zona di mare. Entrambi in preda agli effetti collaterali da assunzione di sostanze stupefacenti. In pieno giorno, camminavano al centro della corsia, diretti verso una strada su cui sarebbero stati falcidiati, con bar ed esercizi aperti, e tra un cumulo di gente adulta e totalmente indifferente a una scena surreale. A tal punto surreale che, nei primi minuti, mi guardai attorno alla ricerca di telecamere, pensando fosse qualche candid camera. Fu un soccorso difficile perché il ragazzo più cosciente tra i due mi impediva, di fatto, di avvicinarmi all’altro che, in uno stato di totale incoscienza, vomitava e cadeva in terra, ogni tre passi, con il concreto rischio di riportare serie lesioni e un trauma cranico, e senza più il controllo del corpo e della parola. I primi sintomi di una overdose che si stava manifestando in tutta la sua drammatica portata. Le assicuro che dalla boccuccia di rosa del ragazzo diciamo più “lucido”, probabilmente il puscher che non aveva alcun interesse al che arrivassero i soccorsi, furono pronunciati insulti sessisti, nei miei riguardi, degni di uno scaricatore di porto. Non solo rifiutava ogni aiuto, se pur offerto in maniera priva di qualsiasi aggressività, ma innanzi alla mia presa di posizione, che si manifestò attraverso la chiamata dei soccorsi, divenne sempre più minaccioso, paventandomi ritorsioni per mezzo dei genitori. Venti anni circa, e ascoltandolo sembrava di avere a che fare con un uomo nato nel secolo scorso, puerile, senza personalità e gravido di luoghi comuni. Innanzi a me avevo il frutto delle moderne pratiche pedagogiche che vedono una donna ridotta a un utero da usare a proprio uso e consumo.
      Difronte a provocazioni del genere ovviamente non si reagisce, perché le esternazioni del ragazzo, totalmente privo di freni inibitori a causa della droga, erano figlie di una educazione e di una cultura che vedono una donna solo come oggetto ornamentale. Immagino quale fortuna per la possibile ragazza accompagnarsi a un soggetto del genere. Vent’anni e tentava di dettare le regole a una di quaranta. Una scena al limite del comico, ma era quanto stava accadendo. E Il fatto che mi parassi davanti, nonostante tutti gli insulti, osando contraddire, con la mia semplice presenza, la sua volontà di maschio e macho, mi rendeva ancora più odiosa e insopportabile ai suoi occhi. Se non vi fossero stati testimoni, mi avrebbe tranquillamente presa a pugni in faccia, pur di eliminare ciò che si paventava solo un problema. Ricordo che gonfiava il petto, al pari di un gallo da combattimento, e che continuò a insultarmi anche innanzi alla polizia, che fui costretta a chiamare per bloccare entrambi, poiché tentava di scappare per ogni dove trascinandosi dietro l’amico. Arrivò persino ad accusarmi, innanzi alla polizia, di averli molestati e per giunta fotografati. Affermazione totalmente inventata, perché li avevo casualmente incrociati a fine lavoro, e la macchina fotografica era spenta. La riaccesi dopo, a insulti verbali in corso, e quando iniziai a capire che la situazione sarebbe andata avanti per le lunghe, visto che i soccorsi non arrivavano. Ma la scena più comica avvenne quando, a soccorsi ormai giunti e a situazione sotto controllo, un uomo di circa 70 anni mi si avvicina e mi dice” Signora, ma chi glielo ha fatto fare… ma sa cosa ha rischiato? Questi sono artisti… prima o poi finiscono in strada con un ago in vena. Meglio far finta di niente e lasciarli morire”… L’uomo di 70 anni era un carabiniere in pensione. La strada in effetti ti regala una percezione della realtà che non è edulcorata e totalmente priva di interpretazioni di comodo.

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      • La differenza sostanziale nasce dalle scelte personali, e’ sempre stato cosi’ e sara’ sempre cosi’, prevale il sentimento dell’odio e circa 6 mesi fa hanno tentato di uccidere una persona a me cara con un agguato ed alla quale ho salvato la vita anche in passato perché è vittima di una persecuzione che è nata a causa dalle sue origini -sud italia- e delle sue scelte e che nessuno ha bloccato ad eccezione della scrivente che da sempre solidarietà e protezione alle persone intelligenti. Stanno coprendo le persone che hanno fatto l’agguato ed i o le mandanti perché sono tutti amici e parenti ed anche in questa zona ci sono molti alberghi, b&b, ristoranti e chiese cattoliche, per certi fatti tutto il mondo è paese

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      • Non mi stupisce purtroppo. La rete di omertà è palpabile in qualsiasi realtà locale italiana o in qualsiasi ambiente lavorativo. Molti tra noi sono persone nate o che hanno vissuto al Sud e tutti noi conosciamo le dinamiche dietro a certe realtà. Omicidi o tentati omicidi in strada sono per noi all’ordine del giorno, e da decenni. E non mi stupisce la rete di omertà dietro ai mandanti di un tentato omicidio. Avere paura serve a poco, in situazioni simili, anche se è comprensibile, se ci si ritrova a vivere un agguato. E se ha vissuto una esperienza simile, dovrebbe sapere, molto meglio di me, che in momenti del genere non c’è tempo per il panico. Bisogna essere lucidi per mettere il salvo se stessi e la possibile vittima. E spesso è solo una questione di attimi. Per fortuna, non è capitato nulla di irreparabile, da quanto ho capito, e al di là delle coperture fornite da complici e sodali che coprono i nomi dei mandanti, la persona è ancora viva. Le protezioni, prima o poi, saltano per aria. Il delitto perfetto non esiste, come non esistono coperture a vita. Ed esistono persone come lei che magari hanno il coraggio di sventare un agguato, cosa inconcepibile per un uomo, che sarebbe sicuramente fuggito a gambe levate innanzi a una assunzione di responsabilità del genere, ma perfettamente concepibile per una donna. Mi auguro solo non sia stata intimidita per la scelta che ha fatto o, ancor peggio, socialmente isolata, e magari fatta passare per pazza visionaria, perché di solito funziona in questo modo nella società perbene. O ti allinei a certe logiche o sei fuori di testa e fuori da giochi. Posso comprendere cosa la anima, perché a noi, di sovente, capita di dover soccorrere persone per strada, casualmente incrociate. Gente di ogni ceto sociale e totalmente sconosciuta. Gente che non rivedremo più. Oltre all’obbligo di legge, perché si rischia l’omissione di soccorso in casi del genere, è una scelta etica. Non si ha bisogno di una legge per scegliere cosa fare, quando una vita è in pericolo. E molti invece si accomodano nelle stanze della più totale indifferenza, come se fosse normale vedere un morto per strada crivellato di colpi. Uno stato che accetta come normale una simile realtà semplicemente non è uno Stato.

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      • La persona a me cara ha anche reagito pur trovandosi solo in quel momento perché e’ un uomo coraggioso lo stavano pedinando ed hanno approfittato della mia assenza, sono complotti delle cd persone per bene e lei ha capito perfettamente. I fatti sono stati denunciati ed anche queste denunce non sono state digerite ma andranno avanti indipendentemente dalla loro ‘digestione’, in questo contesto si è rotto un ‘ vaso…’, non voglio e non posso aggiungere altro, non mi meraviglia l’assenza dello stupore.

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      • In caso di indagini in corso non può e non deve aggiungere nulla. Non era mia intenzione risultare indiscreta, e posso immaginare la realtà che vive. Le auguro si risolva tutto al più presto, sia per lei sia per per la persona a lei cara. Nel frattempo ci segua, visto che ama la fotografia, e ci dia, se ha tempo, può e vuole, una sua opinione sul nostro lavoro. Per noi è importante avere un punto di vista sui progetti che proporremo. Il mancato contatto con il pubblico rende sterile un lavoro che è fatto, in primis, per le persone. Le auguro un anno sereno, per quanto possibile in una situazione del genere. E di buttarsi alle spalle, al più presto, una esperienza dura e sgradevole come quella che sta vivendo.

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      • Ho iniziato a seguirvi perché seguo da anni la questjione Ilva, i vostri progetti daranno dei buoni risultati perché dietro a questi progetti ci sono delle virtù, coraggio, tenacia e positività cioè il meglio del Sud Italia, le foto sono meravigliose

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      • Le assicuro che le nostre azioni sono motivate dall’ esasperazione, dall’incoscienza, e da una profonda rabbia per realtà che sembrano immutabili. Per sintetizzare, forse in maniera un pò troppo brutale, la questione Ilva si riduce nella scelta tra un elettrodomestico, prodotto anche con acciaio Ilva, e la vita di un essere umano. Con questo non vogliamo dire che bisogna abbattere tutto il comparto industriale. Ma se una azienda è fuori norma, e produce acciaio utile a beni non necessari e a discapito di esseri umani, allora l’azienda va semplicemente chiusa, non solo per tutelare la salute di quanti abitano in quelle zone, ma per gli stessi operai che rischiano la vita ogni giorno. L’elettrodomestico può essere prodotto con acciaio proveniente dall’estero, con un rincaro del prezzo finale, una vita umana non ha prezzo. E’ una considerazione banale, ma evidentemente troppo semplice e riduttiva per le sofisticate menti dei nostri politici. Con il piano di sviluppo per Taranto e i conseguenti appalti ci aspettiamo di vederne delle belle. Per noi solo un modo per spremere fino in fondo una città in via di spopolamento, nel vano tentativo di far ripartire aziende edili e consumi conseguenti agli appalti. Finita la festa, come è accaduto per il raddoppio dell’Ilva, assisteremo a una nuova contrazione economica e sociale e l’esplosione di nuovi fenomeni criminali.

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      • Sono figlia di operai pertanto capisco perfettamente la rabbia e tutto il resto, è un modo per rivendicare il rispetto della vita umana denunciando il ricatto subdolo che e’ stato usato, la tecnologia è uno strumento utile perché penetra ovunque ed ogni messaggio non passa mai inosservato, continuerò a partecipare ed a seguirvi con un sano interesse

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      • Al momento stiamo lavorando a foto, articoli, a un documentario, e raccogliendo le storie delle persone decedute a causa dell’ilva. Storie che pubblicheremo sul blog, in una sorta di antologia alla Spoon River. Sarà un percorso lungo il nostro ma, pietra dopo pietra, come nella costruzione di un muretto a secco, ricostruiremo tutti i retroscena politici, rendendo consapevole chiunque voglia vedere una realtà non edulcorata, liberamente fruibile on line, e ridando nomi e cognomi a “dati statistici”, sapientemente occultati. Ci piacerebbe vedere Taranto risorgere dalle proprie ceneri, non grazie a fondi e progetti che piovono dall’alto, e senza alcuna visione a lungo termine delle reali necessità e delle possibilità di sviluppo del territorio, contentino politico per tacitare il dissenso e dividere ancor più l’opinione pubblica, ma dal “basso”, attraverso persone comuni capaci di rivitalizzare una città che non ha bisogno di essere ancora strumentalizzata e divisa attraverso inutili diatribe. I primi a rischiare sono proprio gli operai, messi in condizione di scegliere quotidianamente tra lavoro e salute. Di questo ne siamo stati sempre consapevoli, sin dalle prime manifestazioni di piazza, sotto gestione Riva, in cui era impossibile parlare con gli operai, senza che qualche dirigente non arrivasse a bloccare ogni tentativo di dichiarazione. La verità ci è stata raccontata proprio dagli operai, sugli autobus che ad ogni cambio di turno ci portavano a Taranto. In quegli autobus, non c’era il rischio di incontrare dirigenti, e le notizie che arrivavano dalla radio, innanzi alle prime inchieste giudiziarie, erano commentate senza alcun tipo di censura. La ringraziamo per il supporto e le auguriamo un sereno anno nuovo.

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