Assolto Marco Cappato

I nostri auguri a Marco Cappato per l’assoluzione nel  controverso caso Dj Fabo.

Non è detto che, in casi analoghi, si giunga all’assoluzione, ma è fondamento di civiltà permettere a un malato terminale,  che esprima la volontà di non continuare con un inutile accanimento terapeutico,  di decidere  in merito al  proprio personale percorso di vita.

Sono ovviamente temi che rischiano di suscitare controverse polemiche, soprattutto in quanti abbiano una visione “spirituale” della vita.  Ma uno stato laico dovrebbe garantire uguali diritti a tutti i cittadini, anche a quanti abbiano il desiderio,  laddove non vi sia più possibilità di cura, di scegliere se continuare in un inutile accanimento terapeutico e  in un diritto a una non vita, favorendone una  dipartita espressamente richiesta.

Ci aspettiamo aspri dibattiti, nel corso degli anni, specie innanzi a nuovi casi in cui si prospetti la possibilità di un suicidio assistito come unica possibile alternativa. Inutile sottolineare che la cronicizzazione della malattia permette, alle aziende farmaceutiche, di fatturare. E che il diritto alla vita spesso coincide con il diritto al business sulla vita, se si pensa che i costi di una chemio variano, orientativamente,  dai  300 euro ai 1200 euro a seduta, al netto delle spese infermieristiche, e che un trapianto di midollo può giungere sino ai 60 mila euro.

Il che non equivale a sostenere che non sia opportuno seguire le cure necessarie, ma solo che in caso di irreversibilità, e di scelta consapevole da parte dello stesso paziente, l’accanimento terapeutico diviene inopportuno per chi lo subisce, e opportunità di guadagno per case farmaceutiche che hanno tutto l’interesse a continuare con un percorso sanitario il cui esito è  di  sovente scontato.

Marco Cappato ha indubbiamente aperto un varco in un ginepraio, attraverso il sapiente uso della  disobbedienza civile,   rischiando sino a 12 di carcere per affermare un banale principio di libertà.  La libertà di scegliere come vivere e come morire. 

La speranza è che il parlamento prenda atto dell’esistenza di simili realtà,  legiferando in merito, senza demandare alla magistratura e alla consulta decisioni politiche che rischiano, in un’ ottica politica,  di alienare voti e consensi,  ma che sono ormai doverose e necessarie in un paese che voglia definirsi civile, ma che civile non lo è mai stato.

In attesa che il parlamento si degni  di legiferare in merito, abbiamo deciso di seguire il percorso di un paziente terminale in attesa di  autorizzazione a quello che banalmente può essere definito un suicidio assistito.  Pratica diffusa in alcuni paesi stranieri  – meno legati a logiche cattoliche  –  e di documentare fotograficamente tutto il percorso, sino all’esito finale.

Per quale motivo mostrare una realtà così dura? Perché consideriamo ipocrita una società che non si scandalizzi per  costi sanitari, in alcuni casi sapientemente gonfiati, in nome di un non ben precisato diritto alla cura,  ma che, al contempo,  sia capace di  stracciarsi  le vesti per un fine vita  consapevolmente scelto dall’unica persona che può decidere in merito al proprio destino, ossia il paziente.

Il punto di vista da cui descriveremo questa storia? Lo stesso di chi  decida, consapevolmente, di porre fine a un percorso terapeutico senza alcuna possibilità di cura,  e che  si avvia verso un percorso non di morte, ma di libera e matura scelta di vita.

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