Miché

“E come potevi campare all’epoca? O lavoravi all’Ilva o lavoravi nel contrabbando”. Con  questa unica  frase Pietro,  racchiude la storia della Taranto degli anni 60, una città proiettata verso la modernità, agli albori della produzione di un neonato siderurgico. Un uomo ancora piacente Pietro, nonostante abbia  oltrepassato i 70 anni di età. Un uomo che conserva un fisico scolpito da anni di intesa attività fisica. “Mi divertiva ballare, in compagnia di mia moglie,  poi sono venuti quei balli di gruppo che andavano di moda sino a dieci anni fa e  ho deciso di lasciare tutto e andare  in palestra”.

Un fisico,  quello di Pietro, che contrasta con  un volto corroso dagli anni passati, forse troppo in fretta,  e dai venti di un mare attraversato in lungo e in largo. Ovale incorniciato da una barba candida e curata, e da capelli incanutiti dal tempo. “Pure la Wertmüller mi voleva,  sai? Diceva che avevo un volto adatto per il cinema. Ma io non ho accettato, mentre mia moglie protestava perché voleva che partecipassi al film.” aggiunge Pietro.

“La Wertmüller è  venuta due volte a Taranto per i suoi film. Poi, la seconda volta, quegli imbecilli  le hanno chiesto 50 mila euro.  Lei ha detto che  avrebbe consegnato i soldi  il giorno dopo, e nel corso della notte ha smantellato tutto ed è andata a Brindisi, per paura che danneggiassero le attrezzature”.

Un uomo  dalla vita normale, con una attività legale, e una famiglia felice, Pietro  rivela d’essere stato,  in un passato remoto,  anche un contrabbandiere di sigarette, nonostante di sigarette non ne fumi neppure una. “Ho smesso il giorno della nascita della mia terza figlia e dal quel giorno non ho più ripreso”, aggiunge mentre svela il suo passato, per anni custodito gelosamente.

Un passato scoperto per puro caso e solo  quando, all’interno di un bar, si affaccia un cinquantenne,  viso tondo e regolare, illuminato da occhi grigio azzurri, esaltati da una abbronzatura color miele. Un uomo agghindato da raffinati abiti alla moda, e alla cui vista Pietro sembra improvvisamente  gioire, indugiando nel  ricordo di un lontano passato.

” Ma sai quante ne abbiamo combinate io e suo padre? Eravamo due contrabbandieri, prima di diventare imprenditori ” aggiunge Pietro, con un fare complice rivolto all’uomo, e  nella  certezza che avrei immediatamente  intuito la greve commedia che si stava dipanando innanzi ai miei occhi.

“All’epoca  l’Ilva  aveva appena iniziato a produrre, ma non tutti riuscivano ad entrare.  Dovevi avere una raccomandazione da parte dei piani alti, oppure ti arrangiavi con quello che c’era. Noi in famiglia eravamo in 12. Mia madre, mio padre e dieci figli, di quelli sopravvissuti. A quei tempi un figlio l’anno era la norma. E mio padre è stato uno dei primi a contrabbandare le sigarette con suo padre”, continua Pietro mentre  l’uomo  sulla cinquantina, riverito da tutti, tenta  invano di offrirmi un caffè, incassando, con una certa stizza,  il mio deciso  rifiuto.

“Lei non è di Taranto, vero?”, mi chiede.

“No, infatti”, rispondo. E a quella mia risposta secca, l’offesa ricevuta e trasfigurata in una smorfia di disappunto, su di un volto privo di rughe e di rimpianti,  si stempera.

” Ma com’era la vita da  contrabbandiere? ”  domando, rivolgendomi di nuovo a  Pietro.

” All’epoca non c’era l’arresto per il contrabbando, al massimo prendevi una multa. Poi non avevi la percezione di fare qualcosa di sporco o di illecito, anche perché  serviva per campare” mi risponde Pietro, per continuare il racconto “C’erano famiglie intere che hanno mangiato con il contrabbando. Le navi madri arrivano, di notte,  dal Montenegro a tre miglia dalla costa italiana. Poi i pescherecci la raggiungevano, consegnavano i gettoni e caricavano le sigarette”, aggiunge.

“I gettoni?”

” Sì, i gettoni. Le famiglie si riunivano per mettere assieme i soldi e acquistavano le sigarette che rivendevano poi tra le strade. Ti ricordi quegli uomini che giravano  con quelle stecche sotto le braccia?” annuisco.

Il ricordo di quegli uomini in lotta, negli anni 90,  per il controllo del territorio  è ancora impresso nelle mie carni, in maniera feroce e indelebile. “Due pacchetti tre mila lire…” continua Pietro, tentando di rievocare le urla di quanti animavano le strade della città del Sud Italia con, tra le mani, pacchetti di Marlboro Rosse  trasportate, per mezzo di mezzi blindati lanciati a folle velocità su strade sterrate. Jeep rinforzate, munite di acuminati punzoni con cui squarciare  macchine di intralcio alla folle marcia forzata, che dai porti  giungevano alle masserie dell’entroterra, allora usate come magazzini per carichi di sigarette, e oggi resort per vacanze di lusso. Gli anni dei fasanesi e di strade lavate con cadaveri e  sangue.

“E dopo le riunioni di famiglia, dove si mettevano assieme i soldi, erano distribuiti i  gettoni,  a seconda dei soldi che ci mettevi. Con quei gettoni ti presentavi alla nave madre, per prendere il quantitativo delle sigarette che ti spettava”, continua.

“Quindi le sigarette erano pagate prima” gli chiedo.

“Sì, erano già pagate, e il gettone dimostrava il quantitativo che potevi scaricare sul peschereccio di ritorno a Taranto. Però io non ho mai smerciato droga. Di quella merda non ne ho mai voluto sapere”

” Mio padre con un intero carico di 37 mila lire in sigarette, nel ’62, ha acquistato casa” incalza Miché, l’uomo sulla cinquantina che, nel frattempo, ascolta la conversazione, offrendo  da bere a quanti si affacciano all’interno bar. La percezione di avere innanzi a me un “pezzo grosso” diviene, di minuto in minuto, certezza, soprattutto davanti agli ossequiosi omaggi  quanti transitano da quel bar, richiamati da una qualche  misteriosa  eco.

” A quanto corrisponderebbero oggi quelle 37 mila lire? ” gli chiedo.

“Quella casa oggi vale 2 milioni di euro” confessa candidamente Miché, nell’ostentazione di un benessere che trasuda, anche grazie  a un vestiario  raffinato e curato nei minimi dettagli,  da ogni suo gesto “ma all’epoca 37 mila lire corrispondevano agli odierni 300 mila euro… è stato un grande uomo mio padre… un grande uomo…” , aggiunge.

” Michè… ma che dici?  Michè…”  lo incalza un uomo, al suo fianco, ridendo di gusto  innanzi alla reazione di stupore che, a stento, riesco a nascondere “mica stai parlando di un avvocato, Miché. Stai parlando di un contrabbandiere”

“No, ti sbagli” risponde Miché ” Mio padre è stato un grande uomo e un grande benefattore. Quando è morto, dieci anni fa, vantava 5 milioni di euro in crediti”  continua, elencandomi note e impensabili aziende, tra quelle che dovevano soldi al “grande uomo “, per poi aggiungere   “e mi ha fatto stracciare i registri in punto di morte.  In cambio ha chiesto che fossero tutti presenti al suo funerale…. E quel giorno qui c’erano ventimila persone”

” Ma è vero che il contrabbando era tollerato dallo Stato?  Che  la guardia di finanza  chiudeva un occhio davanti  alla realtà? ” una domanda, la mia, che suscita l’ilarità degli astanti. Un cospicuo e affastellato gruppo di uomini che ha improvvisamente affollato il bar per omaggiare un Miché intento a offrire birre, caffè, liquori.

A risata smorzata, Miché riprende il suo racconto, passando dal lei al tu. “Devi sapere che  mio padre era solo un  morto di fame. Non aveva niente. Nato povero si si era innamorato di mia madre, una donna della buona borghesia di Taranto. L’aveva incontrata su di un autobus e si erano piaciuti.  Per anni mio padre  ha fatto il  pugile, ma  poi ha deciso di occuparsi di contrabbando, nonostante  il fratello di mia madre  fosse un alto ufficiale della Guardia di Finanza.  Un anno, durante le feste di Natale,  mio zio arrivò a casa per festeggiare, e chiese  di potersi togliere  la giacca della divisa, prima di sedersi a tavola. E all’apertura dell’armadio  indicato da mio padre, dove poter lasciare la giacca, ne trovò di uguali a decine…. Alla vista delle divise, mio zio ebbe un mancamento”  e  Miché mima, inarcando la schiena all’indietro,  tra le rinnovate risate degli uomini che  godono dell’improvviso siparietto, il malore dello zio, ufficiale della Guardia di Finanza,  alla vista di quanto racchiuso in quell’armadio.

“Un malore da cui immagino suo zio si sia ripreso quasi immediatamente “, incalzo io, ironica.

“Con i giusti sali…si riprendono tutti. E’ solo una questione di sali” conclude Miché, prima di afferrare  la mia mano, stringendola con forza.  “La prossima volta accetta quel caffè”, aggiunge, con fare deciso e strafottente, prima  congedarsi e  darmi le spalle.

 

 

 

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