Jole

Incontro Jole sul lungomare di Taranto, seduta innanzi al vecchio Castello,  in una mattina assolata. Il cielo terso è imbiancato  da candide nuvole tossiche. Sbuffi di vapore acqueo provenienti dall’Ilva  sporcano un azzurro brillante, mentre il mare calmo, tinto di un verde smeraldo,   rumoreggia dolcemente. Sullo sfondo, nere e grigie navi da carico alla fonda attendono di entrare nel porto commerciale.

Jole ha oltre 70 anni. Riccioli biondi, racchiusi da un cloche in feltro marrone, e  occhi di un azzurro inteso che sembrano confondersi con il cielo alle sue spalle.  Le siedo accanto, su una panchina che guarda verso il mare, dopo un breve viaggio in autobus che mi lascia in piazza Castello.

In quella fortificazione riportata, solo negli ultimi anni, agli antichi splendori  dalla feroce determinazione di un ammiraglio, primo ad arrivare, ultimo ad andare via  nella descrizione dei suoi fedelissimi uomini, la storia  vuole  sia stato imprigionato  il padre di Alexandre Dumas,  meglio conosciuto come il generale mulatto, al secolo Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie, figlio di un nobile francese e di una africana, e detto Dumas in onore e in memoria di quella madre schiava.

Nonostante  gli anni passati a Taranto, e sin dalla più tenera infanzia,   Jole conserva ancora uno spiccato accento che tradisce le sue origini calabresi.

” Sono orgogliosa di essere calabrese” mi dice ” ho passato dei momenti felici in Calabria. Sono arrivata a Taranto che ero bambina, con mio padre, mia madre e i miei fratelli. Mio padre era un dipendente delle Ferrovie dello Stato. Il ponte girevole non c’era ancora. Al suo posto c’era un passerella in legno su cui la gente camminava dall’isola sino in centro. Da subito ci fu assegnato un alloggio ai Tamburi. Che bel quartiere era all’epoca. Nel nostro palazzo c’erano persino gli americani”

“L’Italsider ancora non c’era? (ndr. Italsider è il nome del siderurgico prima dell’acquisizione da parte della famiglia Riva, avvenuta negli anni 90  )

“No, non c’era l’Italsider. Non era ancora stata costruita. C’erano dei palazzi residenziali, e  delle baracche in cui abitavano alcuni sfollati.  Poi quelle baracche furono distrutte, da un giorno all’altro”

E lo smantellamento di quelle baracche fu uno dei primi atti posti in essere dalla Prefettura di Taranto, al fine di garantire la costruzione del siderurgico, come attestano documenti conservati nell’ archivio di Stato della città.  Una Prefettura asservita a logiche politiche e che spianò la strada alla realizzazione della grande opera. Una delle tante  misure necessarie a sedare le possibili proteste innanzi agli espropri terrieri,  finalizzati alla nascita di una acciaieria che la politica volle impiantare a Taranto, in nome dello sviluppo e del progresso del Mezzogiorno d’Italia.

Jole torna sul suo passato. “A quindici anni ho perso mia madre, e  non avevo neppure  trent’anni  quando ho perso mio marito.  Eravamo sposati da dieci anni. E’ andato via in tre mesi, grazie a una leucemia fulminante. Sembrava in salute. Poi l’affaticamento continuo e un dolore diffuso per tutto il corpo, che non passava mai. Le analisi per verificare cosa stesse accadendo. Scoprimmo che era ormai in uno stadio terminale. Lo portai fino a Roma, pur di salvarlo,  ma era troppo tardi. E rimasi sola, con tre figli e senza lavoro”

” Di che si occupava suo marito?”

” Lavorava come commesso. Era bellissimo,.. ” E mi mostra la foto di un uomo giovane, conservata all’interno di un borsellino consunto,  color avorio. Il volto di quell’uomo,  sereno e misurato, ritratto  in una foto d’epoca  trasfigura, nei lineamenti sorridenti,   l’armonica perfezione di una statua greca.

” Era di Taranto suo marito? ”

” Si”

“E abitavate ai Tamburi?”

” Sì, ho sempre abitato ai Tamburi, sin da bambina. E poi con il matrimonio sono rimasta in quel quartiere”

” E dopo la morte di suo marito che ha fatto?”

” Sono sempre rimasta ai Tamburi.  Ho cercato di lavorare  in qualche negozio, ma non  mi assumevano.  Una donna sola con tre figli era considerata solo un problema. Grazie alla  moglie di mio padre, che lavorava a Roma  all’interno di un ministero, fui assunta alle poste, a seguito di una raccomandazione. Sono stata la prima postina di Taranto. Era bello andare in moto”

” Doveva essere strano per i tempi”

” In effetti lo era. Era strano vedere una donna su una moto. La gente ancor oggi si ricorda di me, quando mi incontra per strada. – Ma lei non era la postina? –  Usavo un  Piaggio Ciao per spostarmi. Acquistavamo noi i motorini, e poi le Poste ci rimborsavano la benzina. Non ho mai capito come facessero a calcolare quanto ci dovevano, ma erano sempre precisi. Mi piaceva andare in moto, anche se un giorno non la ritrovai più,  dopo una consegna. L’avevano rubata, forse fu proprio l’edicolante che era là vicino”

” E come fece per lavorare il giorno dopo il furto?”

” Fui costretta ad acquistare  un’altra moto in fretta e furia.  Dopo un paio di anni da quel furto, mi misero a lavorare  all’interno degli uffici, pensando di farmi un favore. Tre figli, continuamente in moto,  il rischio di un incidente era elevato. Ma negli uffici mi trovai molto male, e quando chiesi di poter ritornare a consegnare la posta, si rifiutarono  e rimasi dove ero, sino alla pensione, ma non mi piaceva….. Mi sto riscaldando le ossa qui, sai?  Prendo un pò di sole, prima di tornare a casa. Quando c’è bel tempo passo qui l’intera giornata, e non penso ai miei dolori, alla mia depressione, a mio marito, ai miei figli lontani, a quel quartiere che è diventato impossibile.”

” Ha mai pensato di andarsene da Taranto?”

” E come potrei? Ho cercato di vendere l’appartamento, ma per 60 mq vogliono che accetti 20 mila euro. Sono pazzi. Alcune persone hanno accettato di vendere a queste condizioni,  e sono andate via dai Tamburi… io posso ancora restare. E’ il lusso di aver raggiunto una certa età. Anche se mi ammalo, la mia vita l’ho vissuta”.

 

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