Giovanni

Difronte alla Chiesa del Gesù  Divin Lavoratore si staglia il limite tra  il quartiere Tamburi  e la fabbrica.  Un muro che si innalza, a pochi metri di distanza, dalle  abitazioni popolari, schiacciate da  una industria grande due volte la città.

All’interno di un bar  incontro Giovanni.  È uno dei tanti operai del siderurgico che ha accettato di parlare. Quarant’anni, occhi scuri, corporatura imponente, vistosi tatuaggi sugli avambracci. La macchina fotografica lo intimidisce.  E nonostante l’imponente stazza,  balbetta come, negli anni passati, balbettavano impauriti  tutti gli operai sotto gestione Riva.

Figlio di un operaio e di una casalinga, un diploma in ragioneria, il lavoro all’Ilva, iniziato neppure ventenne, una moglie,  due figli, un passato oncologico.  Si potrebbe racchiudere in due righe la biografia di  Giovanni,   se non fosse per una quotidianità vissuta,  o per meglio dire subita, all’interno di una  fabbrica fatiscente. Generazioni si sono passate il testimone in  quella fabbrica. E in fabbrica hanno spesso  trovato la morte, alcuni per incidente, altri  per gli effetti di un inquinamento negato. Incidenti non sempre casuali. O forse si dovrebbe parlare di  omicidi  volontari, accettati dalla politica e dall’opinione pubblica, come  utili e necessari al benessere di una intera collettività.

Con Giovanni si commenta l’ accaduto.  Una gru, investita da una tromba d’aria, si è spezzata in due. E la cabina, con all’interno un operaio, si è inabissata. La tensione è palpabile all’interno del quartiere, al pari dell’afa che rende impossibile respirare. E per le strada, il  persistente suono di una sirena di fabbrica indica che  qualcosa, all’interno del siderurgico,  si è inceppato. L’ ennesimo incidente taciuto.

” Non è cambiato molto dalla vecchia gestione Riva.  La nuova amministrazione non ha investito e non ha intenzione di farlo. Quando chiediamo soldi, ai capi reparti, per produrre in sicurezza, ci rispondono che i soldi non ci sono”, dichiara Giovanni, mentre il corpo,  animato da una gestualità composta e misurata, rivela ancora i segni dei trattamenti chemioterapici.  “Mi sono ammalato anch’io. Due anni di cure, ma ora va meglio.  Ho un mutuo, una moglie  e due figli che devono mangiare.  L’alternativa, a Taranto,  è rapinare banche”. E sacrificarsi, al pari di carne da macello,  sembra l’unico  talento di un’intera generazione, immolata  alla  Realpolitik, in una città martoriata dalla civile indifferenza  e dall’omertà di Stato.

Eppure Giovanni ha un diploma in ragioneria.”Carta straccia, senza una raccomandazione” dichiara,  per poi continuare  ” Non è cambiato molto in termini di sicurezza con la Mittal, e non è stata investito un soldo nella fabbrica, mentre  i sindacati non ci tutelano e fanno il gioco della politica. Il Governo, nonostante gli accordi fossero ben altri, di fatto ha favorito la cassa integrazione di alcuni operai. E come ci sono finiti  loro in cassa integrazione, ci finiamo pure noi. La nostra  impressione è che la nuova gestione  sia solo interessata al pacchetto clienti che può spendere in altri impianti, e non alla messa in sicurezza  del siderurgico  o alla produzione”

All’interno del bar molti conoscono quel ragazzo finito in mare, uno dei tanti a cui “prima o poi capita”.  E la percezione di una fato ineluttabile  che decida a seconda del proprio personale capriccio, accomuna  anche i commenti di  quanti, al porto commerciale, attendono da ore notizie.

Impossibile oltrepassare il primo cordone di  sicurezza, per giungere al punto esatto dell’incidente.   Un cordone composto da due guardie giurate e un militare,  che quasi  si giustificano per quel divieto imposto dalla capitaneria, ancor prima del sequestro giudiziario. “Ma anche  se vi  facessimo passare, allo sporgente vi  fermerebbero. Sapete già  come funziona” aggiunge il militare. E è infatti impossibile avvicinarsi al luogo dove la gru giace in pezzi, anche per un secondo cordone di sicurezza composto da guardie giurate alla diretta dipendenza dell’azienda. 

“Non sarebbe dovuta finire così” rivela un uomo anziano, in borsalino bianco. Un progettista ai tempi dell’Italsider, anch’egli giunto al porto, in una silenziosa processione.  A Taranto  ha lavorato per quarant’anni,  e ogni estate ritorna in città.

” Quelle gru le ho progettate io ” rivela quasi incredulo ” hanno un anemometro che segnala il pericolo e un sistema di aggancio  che, in caso di forti venti,  permette di ancorare  le gru  alle rotaie”.  Ma qualcosa non ha funzionato in macchinari  vecchi di quarant’anni e forse privi di una adeguata manutenzione.

Il cielo terso, dopo una giornata di burrasca, contrasta con l’umore plumbeo di quanti attendono. Non solo familiari, fotografi, giornalisti, ma soprattutto operai che si affacciano all’ingresso del  porto. ” Lo hanno trovato?” è la domanda più frequente su bocche strette e volti increduli.  Un uomo ha perso la vita, uno dei tanti di cui a stento, tra qualche giorno,  ricorderemo il nome. In casi del genere, rinnovare la memoria  non è   salutare.

2 comments

  • Quelle morti bianche costantemente circondate da un omertà di comodo proprio da coloro che parlano incessantemente del cd lavoro ed i vecchi sindacati fanno lo stesso gioco sporco, i Riva sono una famiglia conosciuta in tutta Italia, qualità e sicurezza sono tutt’ora sconosciute in molte zone italiane.

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    • Prima i Riva, e oggi la Mittal non muta la sostanza di gestioni votate al puro fatturato. I sindacati hanno sempre favorito la politica. Nei tempi passati in maniera più larvata, oggi in maniera più esplicita. Vergognoso che parlino di tutela di lavoro, permettendo la produzione in una fabbrica che cade a pezzi. Tre giorni fa si è rischiato un grosso incidente a Taranto. Se dovesse capitare qualcosa di grave, a Taranto si ripeterebbe quanto accaduto a Seveso, se non peggio. E purtroppo non parliamo di morti bianche, ma omicidi veri e propri, perché prevedibili ed evitabili. Se fai salire un uomo su una gru vecchia di quarant’anni e non a norma non parliamo di incidente, ma di omicidio.

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