Il business dell’arte

In questi ultimi mesi abbiamo, con sommo piacere, affrontato il mondo dell’arte, nel tentativo di riportare alla luce gli investimenti della criminalità organizzata.  Milioni di euro spesi nell’acquisto di opere d’arte, antiche e contemporanee, che in alcuni casi favoriscono il riciclaggio di danaro sporco.

Particolare attenzione abbiamo però dedicato  anche al mondo del restauro, specie in ambito ecclesiastico, definendo pratiche e tariffari di percorsi economici praticati, troppo spesso,  attraverso la gestione di fondi pubblici, sponsorizzazioni o elargizioni.

Per quanti non conoscano la realtà, la chiesa cattolica detiene, disseminato per il territorio italiano,  circa un milione di beni culturali di inestimabile valore. Beni numerati e  visibili attraverso banche dati liberamente consultabili.  Beni che sviluppano un business parallelo, e non certo indifferente in termini di fatturato,  nell’ambito del restauro delle opere d’arte. Un restauro che spesso non ha ricadute in termini di richiamo “turistico” o “culturale” sul bene interessato, tranne in casi rari e per opere d’arte già ampiamente conosciute al grande pubblico. Il restauro pertanto, legato ad esigenze di un recupero doveroso e necessario, resta per lo più svincolato da esigenze di valorizzazione  culturale dell’opera d’arte, nella maggior parte dei casi nuovamente abbandonata a se stessa  dopo l’intervento.

La pubblicazione, da parte di alcune diocesi, delle rendicontazioni degli ultimi anni , ha permesso di valutare con maggiore serenità un business non secondario nell’economia della chiesa cattolica, con interventi spesso non al di sotto dei ventimila euro di media per restauro,  e troppo spesso affidato ad aziende di ” fiducia”,  senza la definizione di alcun bando che determini un prezzo a ribasso, come è prassi nell’amministrazione pubblica, o che  permetta lo  sviluppo di  un libero mercato tra varie aziende.

Si potrebbe obiettare che in presenza di un bene “privato” – ma sulla proprietà di beni ecclesiastici si potrebbero aprire una infinità di contenziosi in merito a donazioni e passaggi di proprietà, e per farlo  basterebbe aprire un archivio notarile  –  l’ente promotore abbia il diritto di scegliere a chi meglio affidare il recupero dell’opera, se però tale restauro fosse a totale spese dell’ente promotore, ma così non è. L’utilizzo di fondi pubblici, in alcuni casi fondi europei, di sponsorizzazioni troppo spesso vincolate a agevolazioni fiscali, o elargizioni benefiche, quali l’8 per mille, dirottate verso il recupero di beni culturali  imporrebbero forse una maggiore trasparenza in un mercato ancora  troppo oscuro ai non  addetti ai lavori.

Un certo malsano pragmatismo suggerirebbe che ,  in presenza di un buon lavoro, ogni mezzo è lecito. Vi stupirebbe sapere quanti lavori di restauro, licenziati dalle soprintedenze, siano stati in realtà eseguiti  con incompetenza e superficialità. Uno tra i tanti esempi, che abbiamo registrato nel corso dei mesi, il restauro di un’opera d’arte in marmo, riconsegnata con  segni di bisturi perfettamente visibili,  attraverso l’ausilio di  luce radente,  anche a occhio nudo, in una nota chiesa di Napoli, frutto di un restauro portato avanti per lo più  da ragazzi ancora in fase di formazione e senza una adeguata vigilanza, visti i risultati.

Questo è lo stato dell’arte in Italia. Senza se e senza ma.

 

2 comments

    • In effetti stiamo facendo la scoperta dell’acqua calda, ma magari confortarla con dati e cifre aiuta a comprendere meglio la situazione, rendendo la gente ancora più disincantata di quanto già non lo sia. Un motivo c’è se le chiese sono perennemente vuote, tranne in eventi rari, ed è nella mancanza di coerenza della Chiesa cattolica. Donare soldi, attraverso l’8 per mille, per opere di carità, magari pilotati da una pubblicità mirata , e ritrovarsi, con gli stessi soldi, uffici di curia restaurati ha veramente del paradossale, specie per chi ha la presunzione di comminare lezioni di vita. Tutto legale, per carità, ma profondamente immorale se si usa una pubblicità ingannevole. D’altro canto la Chiesa Cattolica non potrebbe avere sede che in Italia, dove una mano lava l’altra. Non viviamo nel Paese dell’arte, dove tutti, ma proprio tutti recitano? L’ importante è fare fatturato. Chi, come, dove, quando e perché poco importano. Ci accontentiamo delle messa in scena a cui abbocchiamo per il quieto vivere, per convenienza o per ipocrisia o per superficialità. . In fondo per vivere con serenità in questo paese, basta saltare sul giusto carro del vincitore e passa la paura.

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